Mai avrei pensato che gli esami di linguistica mi sarebbero tornati utili al cinema! Merito di Arrival, il nuovo film di Denis Villeneuve con Amy Adams che affronta il problema dell’invasione aliena con gli strumenti della comunicazione. Un soggetto che sulla carta avrà fatto tremare i polsi ai produttori cinematografici, ma che alla fine riesce bene (anche al botteghino).

Dodici astronavi appaiono in altrettanti punti della Terra. A risolvere la crisi, gli Stati Uniti chiamano Louise Banks. Questa volta niente eroe-energumeno che prende gli alieni a calci nei tentacoli: Louise è un’esperta linguista capace di aprire un canale di dialogo con gli extraterrestri eptapodi (dal loro aspetto di calamari giganti) attraverso la scrittura e l’elaborazione di un vocabolario di base per cercare risposta alla domanda fondamentale: perché siete qui?

È il momento dei complessi concetti linguistici. Il film fa riferimento esplicito all’ipotesi di Sapir-Whorf, secondo cui il linguaggio condiziona il modo di pensare e percepire la realtà. Se ciò fosse vero, cosa accadrebbe alla mente della persona che dovesse imparare una lingua del tutto diversa da quelle parlate sulla Terra? Arrival porta questa teoria agli estremi: il linguaggio degli eptapodi ne determina il modo di pensare fino a influenzare la loro percezione del tempo. Il che si traduce, dal punto di vista narrativo, in un colpo di scena giocato su un paradosso temporale, con la dottoressa Banks nella peculiare posizione di poter “ricordare” non solo il passato ma anche il futuro.

Il film fa riferimento esplicito all’ipotesi di Sapir-Whorf, secondo cui il linguaggio condiziona il modo di pensare e percepire la realtà.

Se l’aspetto degli eptapodi, semplificato per non distrarre dalle teorie scientifiche, non è del tutto nuovo, la scrittura aliena è stata resa con plausibilità ed eleganza estetica. Ogni 18 ore la dottoressa Banks, il matematico Ian Donnelly (Jeremy Renner) e una squadra di militari entrano nell’astronave aliena dove incontrano due eptapodi, Tom e Jerry, come li soprannominano. Oltre alla videocamera ed al resto dell’attrezzatura, i militari portano con sé un uccellino in gabbia. Se vi siete chiesti perché, può interessarvi sapere che fino ai primi del ‘900 era comune portarsi sotto terra, nelle miniere di carbone, dei canarini il cui organismo, date le ridotte dimensioni, avrebbe registrato più rapidamente sostanze nocive nell’aria, salvando così la vita dei minatori. È probabile che in Arrival abbiano la stessa funzione: fare da cavia per la respirabilità in ambiente alieno.

Ad ogni visita, gli eptapodi producono con i loro tentacoli un inchiostro che usano per scrivere sulla barriera trasparente che li separa dai terrestri. Le loro frasi sono articolate ad anello. Ricordano un po’ il segno che rimane sulla scrivania quando il caffè cola fuori, bagnando il fondo della tazza. Il designer Patrice Vermette ha disegnato ben cento di questi logogrammi alieni, ognuno con il suo significato, costruito sulla base dei principi spiegati nel film. La circolarità del segno suggerisce l’idea d’infinito, di assenza di inizio e fine. Si spiega così, il particolare modo degli alieni di percepire la realtà: niente passato né futuro, ma un unico presente.

Cercando di rimanere al di fuori degli spoiler, la pellicola affronta con successo concetti difficili riuscendo ad appassionare. Poco importa se l’ipotesi di Sapir-Whorf, spunto narrativo brillante, nel mondo reale è stata messa in discussione dalla comunità scientifica. Un film è un film, e non serve aver seguito un corso di linguistica generale per godersi questo. Arrival è prima di tutto una storia d’accettazione della vita, con tutte le sue gioie e imperfezioni. Eric Heisserer ha fatto un buon lavoro con la sceneggiatura: come nella migliore tradizione fantascientifica, le argomentazioni (pseudo) scientifiche servono ad una storia più intima, quella di Louise e di sua figlia, delicato cuore emotivo della narrazione.