UN’ARTICOLATA, COMPLESSA E APPASSIONANTE PELLICOLA DIRETTA DA ISHIRO HONDA CHE, AD UN’ANALISI PIÙ APPROFONDITA, RAPPRESENTA UNA PRESA DI COSCIENZA DEGLI ERRORI DEL PASSATO.

Atragon si è ritagliato un posto importante nella cinematografia kaiju. Non perché sia particolarmente interessante: anzi, come kaiju eiga in senso stretto è una pellicola di tono minore poiché il mostro appare per pochi minuti. Ma nella vicenda dello svitato capitano, freddo difensore dell’onore, che, lancia in resta, parte a bordo del suo sottomarino superaccessoriato (come l’illustre predecessore Nemo) contro il popolo intero di Mu, vi sono elementi che ispirarono la fantascienza nipponica successiva, soprattutto televisiva. Parliamo del super sottomarino, che piacque molto più di Manda, il kaiju del film (1). Il suo design influenzò molte serie televisive, come I-Zen-Borge Born Free – Il risveglio dei dinosauri, prodotti dallo stesso Eiji Tsuburaya.

L’articolata, complessa e appassionante vicenda di Atragon ci parla del mitico continente Mu che la leggenda vuole anticamente situato nel centro dell’Oceano Pacifico, prima di inabissarsi a causa di un cataclisma, e del mistero di un potentissimo sottomarino giapponese scomparso alla fine della seconda guerra mondiale. La vicenda risulta affascinante perché si basa, almeno in parte, su fatti autentici; è vero infatti che nel corso del secondo conflitto mondiale il Giappone costruì i più potenti sottomarini allora esistenti la cui supremazia rimase intatta fino all’avvento della propulsione nucleare. Erano i sottomarini della classe “I”; lunghi più di 100 metri, dotati di larghissima autonomia, capaci di affrontare le enormi distanze delle attraversate oceaniche ed effettuare i collegamenti fra il Giappone e la Germania. Fu uno di questi giganteschi sottomarini a silurare e ad affodare l’incrociatore pesante USS Indianapolis di ritorno dalla sua missione segreta di trasporto della bomba atomica destinata in seguito a colpire la città di Hiroshima.

Il film comincia con una lunga serie di rapimenti di tecnici specializzati in lavori sottomarini che mette in allarme la polizia. Una notte una coppia di fotografi, Susumu Hatanaka (Tadao Takashima) e Yoshito Nishibe (Yu Fujiki), assistono a uno di questi rapimenti e interrogati dalla polizia parlano di una mistoriosa figura emersa dal mare. All’accaduto sembra essere molto interessato anche un enigmatico personaggio che si qualifica come reporter (Kenji Sahara). Nel frattempo i due fotografi, sempre alla ricerca di nuove modelle per la loro attività, tentano in tutti i modi di contattatre una bellissima ragazza che casualmente hanno visto per strada; la ragazza è Makoto Jinguji (Yoko Fujiama), figlio del comandante Hachiro Jinguji dato per disperso con il suo sottomarino alla fine della guerra, ed è anche la segretaria di Kosumi (Ken Uehara, già ammiraglio della Marina Imperiale nipponica, amico e superiore gerarchico di Jinguji durante il conflitto e attualmente dirigente di una compagnia marittima. Un giorno Kosumi e Makoto ricevono la visita del reporter in cerca di informazioni sul sottomarino scomparso; costui fa delle affermazioni sconcertanti asserendo di essere sicurissimo che il comandante Jinguji è ancora vivo. Rientrando insieme a casa, turbati dalla notizia appresa e molto preoccupati inoltre dal fatto che Makoto ha la sensazione di essere pedianata, vengono rapiti e portati su una spiaggia da un individuo che afferma di essere un agente dell’impero Mu (Akihiko Hirata). Il rapimento viene però sventato dal fortuito intervento dei due fotografi che erano sulle tracce di Makoto ma l’individuo riesce a fuggire raggiungendo a nuoto un sottomarino dalla strana sagoma che nel frattempo era emerso e si era avvicinato alla spiaggia. Fallito il tentativo di rapimento, gli abitanti di Mu rompono gli indugi; a Kosumi viene recapitato un messaggio, affinché ne faccia partecipe tutte le nazioni, nel quale si annuncia che l’impero Mu tornerà presto alla sua antica potenza e gloria e riprenderà il dominio del mondo intero come era già stato nel passato. Viene anche rivelato che il sottomarino di Jinguji, abbandonato dal capitano e dal suo equipaggio, è ora in possesso dell’impero sommerso. L’impero Mu è una strana miscela di primitiva cultura barbarica e di civiltà tecnologica; gli abitanti sono in possesso di sofisticati sottomarini e di macchine volanti ma venerano il dio Manda, un gigantesco drago-serpente di mare dorato, al quale offrono sacrifici umani. L’impero è governato da un’imperatroce bellissima, giovane e crudele (Tetsuko Kobayashi) e da un non meno crudele gran sacerdote (Eisei Amamoto). Una sola possibile minaccia terrorizza l’impero Mu: il fatto che il capitano Jinguji stia costruendo, in una base segreta, un fantastico super sottomarino volante chiamato Atragon che potrebbe costituire l’unico ostacolo al loro proposito di dominio del mondo. Il minaccioso messaggio di Mu viene preso in scarsa considerazione e il pericolo sottovalutato; quando però il sottomarino americano Red Devil, impegnato nella ricerca dell’ubicazioone dell’impero sommerso, viene distrutto a causa dell’enorme pressione del fondo oceanico, comincia a serpeggiare la preoccupazione e il timore che scarse siano le possibilità di opporsi alla potenza del nemico. Mentre le autorità, incerte sul da farsi discutono come affrontare la crisi, la polizia arresta l’uomo che pedinava Makoto: costui dichiara di chiamarsi Amano (Yoshibumi Tajima) e di essere agli ordini di Jinguji. Amano acconsente a condurre Kosumi, Makoto, i due fotografi, il reporter e un ispettore di polizia (Hiroshi Koizumi) al rifugio segreto di Jinguji. Dopo un lungo viaggio in mare, il gruppo approda in un’isola ricchissima di materie prime e di risorse naturali; addentrandosi nell’interno vengono subto bloccati da uomini che indossano l’uniforme della Marina Imperiale giapponese e portati alla presenza del capitano Jinguji. Jinguji (Jun Tazaki) è una persona fredda e scostante; dopo aver gettato un’occhiata distratta alla figlia dice a Kosumi, che chiede il suo aiuto per contrastare l’impero Mu, di aver creato Atragon per un diverso scopo. Il suo intento infatti è quello di restituire al Giappone tutto il suo potenziale militare; Kosumi, molto educatamente, non gli da subito del matto e lascia cadere il discorso sperando di riprenderlo in un momento più opportuno. Jinguji comunque acconsente a farli assistere al varo e li conduce all’arsenale sotterraneo dove è dislocato il sottomarino. Il varo è effettuato con successo; Atragon è armato di un micidiale cannone congelante, lo Zero Assoluto, in gradi di portare tutto ciò che colpisce a una temperatura di centinaia di gradi sotto zero. Durante la notte il reporter, che in realtà è un agente di Mu, disloca nell’arsenale una bomba e quando avviene la deflagrazione, nel disordine che ne segue, rapisce Susumu e Makoto e li conduce al cospetto dell’Imperatrice a cui viene subito in mente il gentile pensiero di sacrificarli al grande Manda, il dio-serpente. L’attentato ha reso non poco nervoso il capitano Jinguji che è un tipo già nervoso di suo conto; dopo aver constatato che il sottomarino non ha subito alcun danno ritorna sulla sua precedente decisione e, intenzionato a prendersi una feroce vendetta, ordina il posto di combattimento. Il sottomarino si alza in volo e si dirige a tutta la velocità verso la città di Tokyo. Atragon giunge a Tokyo mentre è in pieno svolgimento l’attacco di Mu; i sottomarini nemici vengono messi in fuga e poi inseguiti fino ad individuare la posizione dell’impero sommerso. Atragon penetra fino alla centrale di energia che viene minata, recupera i prigionieri che intanto erano riusciti a fuggire portando con loro l’Imperatrice; il grande serpente viene ucciso con il cannone congelante. Mentre l’impero sommerso esplode i sottomarini di Mu emergono per un ultimo disperato attacco ma sono subito annientati. L’Imperatrice è lasciata libera di morire con il suo popolo.

See the JUGGERNAUT of destruction challenge the incredible EMPIRE beneath the sea!
An adventure beyond your wildest dreams – as a super-weapon meers super-force with the fate of the Iniverse at stake!
– tagline edizione USA

Forse non tutti sanno che le vicende narrate in questo film si basano su dei racconti per ragazzi a opera di Shunro Oshikawa (2) (1876-1914), nei quali traspare una marcata influenza delle tematiche trattate da Verne. Ciò fa inoltre comprendere quanto gli argomenti fantatecnologici siano in fondo da sempre nel Giappone moderno ovvero da Meiji (3) in poi, parte integrante della fantasia del popolo dell’Arcipelago. Infatti, non è cero cosa nuova l’amore dei giapponesi per la tecnologia, né la loro capacità di ingegneri. Altro aspetto importante è rappresentato dal fatto che quella di Atragon è una vicenda di scontri navali e nella storia del Giappone moderno, sin dalla vittoriosa battaglia di Port Arthur (4), la Marina è considerata la principale arma di offesa e difesa del paese.

Benché gli effetti speciali della pellicola abbiano generalmente incontrato i favori del pubblico e della critica, è utile ravvisare anche in questa importante opera il “vizio” che troviamo in moltissimi tokusatsu e kaiju eiga, ovvero la tendenza a riciclare le scene di devastazione, dove vengono utilizzati modellini di plastica di città e veicoli. In questo caso, sono state probabilmente riprese alcune scene di edifici che crollano proprio da un precedente film di Honda: Mostra (1961). Un altro riciclaggio è avvenuto con la sequenza in cui è mostrato un satellite di controllo in orbita intorno alla Terra, presa da I Misteriani (1957) o forse da Inferno nella stratosfera (1959), sempre di Honda.

Alla uscita nelle sale, il film divenne ben presto il titolo di maggior incasso della celebre casa di produzione Toho. Infatti, esso era così popolare da essere persino riprospettato nel 1973. L’opera di Honda riscosse anche in Italia un immediato interesse: venne presentata nel 1964 al Festival di Fantascienza di Trieste. Alcuni ritengono che il fatto che venne ribattezzata per la distribuzione internazionale col nome di Atragon (ma è d’uopo sottolineare che si tratta di congetture) fosse dovuto alla contrazione di un titolo roboante quale “Atomic Dragon” (5) voluto da quelli della Toho probabilmente per sfruttare ancora la ormai consolidata fama internazionale della serie dedicata a Godzilla. La popolarità di Atragon è dimostrata anche dall’enorme numero di modellini ad esso dedicati. Si può a buon ragione affermare che con questo film non solo rinasce il mito della marina giapponese, che avrà nelle pellicole spaziali di Leiji Matsumoto (sul quale torneremo in seguito) il suo miglior cantore, ma anche quello di una nuova tipologia, tutta nipponica, di nave indistruttibile, il cosiddetto Gotengo (6): un vascello ipertecnologici che si pone a difesa della Terra e dotato di un terrificante potere distruttivo.

Procediamo con ordine. Il Gotengo nasce come sottomarino, benché abbia anche la capacità di volare e persino quella di perforare la terra, grazie a un’enorme trivella posta a prua della nave. Tuttavia, esso è ben più che un vascello, per quanto strabiliante possa essere la sua tecnologia. Difatti, la “conversione” di Jinguji alla causa della difesa della Terra investe direttamente, e in fondo in modo coraggioso per l’epoca, i temi del nazionalismo e di un orgoglio pericolosamente etnico, che vede da sempre la razza nipponica come depositaria di una esclusiva missione salvifica in Asia (7). Il capitano Jinguji è intriso di questa ideologia e solo il pericolo di perdere la figlia lo fa rinsavire. Qui ravvisiamo una delle “tattiche” narrative tanto amate da Honda: utilizzare delle metafore, per parlare di questioni che riguardano il suo paese. In questo caso, che cosa ci vuol il cineasta? Forse, che quella pietà filiale di matrice confuciana alla base della società giapponese per secoli e secoli, la quale prevede il rispetto assoluto dei figli nei confronti dei padri, nonché di quest’ultimi verso la propria famiglia, venne sostanzialmente disattesa proprio durante la seconda guerra mondiale. Con il dibattito interiore che avviene in Jinguji, Honda fa probabilmente allusione al fatto che, malgrado ci siano i doveri verso la Patria, i genitori devono pensare prima di tutto ai figli. Durante la scelta cieca e arrogante di catapultare una nazione in un conflitto che non si potrebbe mai vincere, è da considerarsi una “mancanza” dei padri nei confronti dei figli.

Inoltre il tema del nazionalismo lo ritroviamo nella stessa Imperatrice di Mu, la quale, alla stregua del capitano giapponese, ha come unica ragion di vita quella di riportare alla gloria e al dominio globale il suo popolo. Anche qui, Honda non va certo per il sottile, giacché questa politica aggressiva porta Mu al totale annientamento, malgrado disponga di una tecnologia avanzatissima. Un parallelismo tra i due mondi rivali è anche utile per individuare un’altra riflessione metaforica di Honda: il Giappone, qui incarnato dal comandante di Atragon, in questo caso si salva, perché accetta di cooperare per la pace comune, rientrando di diritto in una sfera di prosperità internazionale. Per converso, l’Imperatrice rifiuta ogni forma di compromesso e, vedendo la sua nazione sconfitta, si getta tra le fiamme che distruggono Mu, portando a compimento quell’annientamento totale quasi raggiunto dai leader giapponesi degli anni della guerra, a causa del nuovo ostinato desiderio di non arrendersi e che portò persino ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. L’ultima scena del film è davvero intensa e racchiude molte delle caratteristiche che fanno di Honda un autore complesso e sensibile. Quando l’Imperatrice, prigioniera su Atragon, tenta di fuggire, per gettarsi nelle fiamme, viene firmata dagli uomini di Jinguji; il quale però intima loro di lasciarla andare, poiché lei ha il diritto di morire con il suo popolo. È giusto avvisare in questo finale le tematiche dell’onore dei vinti e della avversione verso qualsiasi forma di guerra che hanno sempre caratterizzato il cinema di questo singolare regista giapponese. La vittoria, per quanto agognata, non dovrebbe portarci a gioire né a urlare, come avviene spesso in tanto brutto cinema americano, bensì generare in noi un momento di riflessione sul senso intimo del dramma che si è vissuto e sui compagni caduti per difenderci. Così avviene in Atragon e così anche in quel meraviglioso finale del primo e stupendo film di Godzilla, quando viene pronunciata la caustica frase alla morte del mostro: «Questo non sarà l’ultimo Godzilla». Parafrasando il concetto, per quel che riguarda Atragon, Jinguji sa bene che questa non sarà purtroppo l’ultima guerra che dovrà combattere e che la tecnologia del suo sottomarino, se vuole che Giappone sopravviva veramente, dovrà essere utilizzata per difendere e non per distruggere.

Il burbero capitano è interpretato da Jun Tazaki (al secolo, Minoru Tanaka, 1910-1985), una delle facce più note del cinema di Honda, nonché caratterista di buon livello. Vero e proprio corrispettivo giapponese dell’americano Morris Ankrum (1896-1964), Tazaki venne spesso impiegato nella sua carriera nel ruolo di un militare o comunque di una figura autoritaria. Honda si è sempre mostrato abbastanza incline ad affezionarsi ad alcune attori. Tra questi, Tazaki riveste un ruolo di un certo rilievo.

Gli altri membri del cast interpretano i propri ruoli, con Yoko Fujiama (Makoto) e Tetsuko Kobayashi (qui diciottenne e alla sua prima performance) che ci deliziano con la loro bellezza e bravura, che però risultano abbastanza stereotipati; aspetto questo che a dire il vero ha sempre limitato le pellicole del genere tokusatsu. Jinguji a parte, gli altri personaggi sembrano più che altro delle semplici comparse, schiacciate dalla prorompente figura del capitano. La critica è unanimemente d’accordo nel giudicare il personaggio di Jinguji come uno dei più suggestivi e meglio dettagliati di tutto il cinema di Honda.

Una piccola nota storica che ci riguarda da vicino: questo film fu trasmesso per la prima volta dalla televisione italiana nel 1972 in due parti, nella rubrica Tra realtà e fantasia, nel format pomeridiano RAI, La TV dei ragazzi. La messa in onda, malgrado la brutale suddivisione, venne ciononostante arricchita da documentari e interviste a vari studiosi, alla ricerca di testimonianze intorno alle leggende su mitiche civiltà scomparse come Atlantide e Mu.

Atragon è senza dubbio un caposaldo del sottogenere della fantascienza giapponese che tratta le cosiddette “fantatecnologie”. Abbiamo visto come Handa ci abbia regalato una storia socialmente impegnata, casa che avviene spesso nella produzione di questo cineasta. Difetti, come abbiamo potuto constatare questa non è soltanto una storia di suggestivi scontri navali. La trama ripropone la vocazione della denuncia sociale del regista: se con la saga di Godzilla egli ha voluto “gridare” contro la follia atomica, in Atragon è il militarismo giapponese degli anni 30-40 a essere messo sotto accusa. Attraverso l’ostinato patriottismo di Jinguji viene descritto il delirante sciovinismo che portò al dramma della guerra dell’Oceano Pacifico. Honda pone in essere una profonda critica alla nazione in forma di film a sfondo fantastico, in cui intravediamo la voglia di riscatto di un paese che è stato per anni un assoluto despota in Asia.

La serie animata

Un cenno merita anche, per dovere di completezza, la serie animata in due episodi nata ben 32 anni dopo il film, dal titolo Super Atragon (Shin Jarei Gunkan, 1995-1996) per la regia di Kazuyoshi Katayama (episodio 1) e Mitsuo Fukuda (episodio 2). Trattasi di due discreti OAV (Original Animation Video: questo acronimo indica in Giappone le produzioni animate pensate direttamente per il mercato dell’home video senza prima essere state trasmesse in televisione né proiettate nelle sale cinematografiche) con una buona grafica e dallo stile abbastanza gradevole nella realizzazione dei personaggi, i quali hanno tratti somatici come al solito occidentali. Un prodotto ben fatto e in buona sostanza interessante, specie per gli amanti di questo particolare tipo di film di fantascienza.

La trama è il punto di forza di questa miniserie. L’ambientazione iniziale è nel secondo dopoguerra, per venire poi subito catapultati 50 anni dopo. Una figura però non è invecchiata dai tempi della fine del conflitto: Annette, una ragazza che a quanto pare porta con sé grandi misteri. Go è invece un orfano di padre che vive molto male la scomparsa del genitore e si ritrova invischiato, per via del suo essere un militare, con il misterioso attacco alla Terra da parte di qualcuno che possiede una tecnologia davvero fenomenale. Affrontando i pericolosissimi “anelli di gravità” insieme ad Annette finisce sull’Atragon, una corazzata con la stessa tecnologia dei misteriosi nemici provenienti dal sottosuolo e in grado quindi di fermare i loro assalti. A comandare la nave trova niente meno che il padre scomparso (qui è chiaro il riferimento al rapporto tra Jinguji e la figlia nell’opera filmica originaria) e scopre la vera identità di Annette, la la quale non solo sta aiutando gli uomini della superficie contro gli abitanti del sottosuolo, ma sta sta anche fronteggiando una ragazza che, alla fine della guerra, voleva porre termine in modo catastrofico agli scontri tra una potentissima corazzata e Atragon e che ora, a distanza di 50 anni, vuole portare a termine il suo piano.

A questo punto possiamo tirare già delle prime, seppur parziali, conclusioni, affermando che questa pellicola presenta probabilmente l’esempio di nave invincibile meglio riuscita al di fuori del mondo del cinema d’animazione. Difatti, quella di Honda è in fondo una storia molto cara anche al mondo degli anime. A tal proposito, un’altra cosa veramente importante da dire su questo film è che esso anticipa tutto quel filone che potremmo definire come la “space opera animata” giapponese, fatta di grandi navi da battaglia, graficamente molto retrò, con i loro epici viaggi siderali, punteggiati da lunghi scontri stellari. Forse colui che più di tutti è in debito con Atragon è il celebre Leiji Matsumoto, autore di saghe di enorme successo quali quella della Yamato, Capitan Harlock, Galaxy Express 999; nate a metà degli anni 70 e continuate poi per molti anni ancora. Ragion per cui, senza l’idea geniale di Honda di riproporre in chiave futuristica una vecchia nave, residuo bellico di un’epoca ormai lontana, forse tanti capolavori afferenti al cinema d’animazione non avrebbero mai visto la loce. Anche soltanto per questo, Atragon è da considerarsi un film che ha segnato uno spartiacque nel mondo del cinema, non solo nipponico.

Credits

Titolo originale: 海底軍艦 – Kaitei Gunkan (“La corazzata sottomarina”) – 22 dicembre 1963 – Durata: 96’ (Eastmancolor, Tohoscope) – Produttore esecutivo: Tomoyuki Tanaka – Regia: Ishiro Honda – Sceneggiatura: Shinichi Sekizawa (dalle novelle Kaitei Gunkan di Shunro Oshikawa e Kaitei Okoku di Shigeru Komatsuzaki) – Fotografia: Hajime Koizumi – Musica: Akira Ifukube – Designer: Shingeru Komatsuzaki – Suono: Toho Recording Center – Effetti sonori: Toho Sound Effects Group – Effetti speciali: Eiji Tsuburaya – Fotografia effetti speciali: Teisho Arikawa, Motonari Tomioka – Fotomontaggio: Hiroshi Mukoyama – Decorazione set: Akira Watanabe – Luci: Kuichiro Kishida – Assistente effetti speciali: Teruyoshi Nakano –  Produzione: Toho – Sviluppo: Tokyo Laboratories – Titolo internazionale: Atoragon The Flying Supersub –Double-bill: Gli eredi di King Kong (Toho, 1968) – Riedizione: 1968, 1983.
Cast. Jun Tazaki: capitano Hachiro Jinguji (Antonio Guidi) – Tadao Takashima: Susumu Hatanaka (Giancarlo Maestri) – Yoko Fujiyama: Makoto Jinguchi – Yu Fujiki: Yoshito Nishibe (Renato Mori) – Ken Uehara: ammiraglio Kosumi (Giorgio Piazza) – Tetsuko Kobayashi: Imperatrice Mu – Susumu Fujita: comandante della Difesa – Akihiko Hirata: agente Mu 23 (Riccardo Cucciolla) – Kenji Sahara: giornalista/agente Mu – Yoshibumi Tajima: Amano – Hiroshi Koizumi: Professore – Eisei Amamoto: Gran Sacerdote di Mu (Edoardo Toniolo).
Edizione USA. Titolo: Atragon – 11 marzo 1965 – Durata 90’ (widescreen, colorscope, sonoro) – Esclusività: American International Pictures (AIP) – Registrazione: Titra Sound Studios – Sviluppo: Pathe – Esclusività TV: American International Pictures (AIP-TV).
Edizione italiana. Esclusività home video: Yamato Video – Versione AIP-TV – Doppiaggio: CID – Distribuzione: 1997.

Note
  1. Il produttore Tomoyuki Tanaka insistette che un mostro fosse presente nella storia, sicuramente per cavalcare il grande successo che stava riscuotendo il kaiju eiga. Stavolta però l’abile Tsuburaya opta per una diversa rappresentazione del drago, probabilmente per il timore di riproporre un’iconografia troppo simile a quella di Godzilla: Manda difatti ricorda molto il drago tradizionale giapponese, sinuoso, quasi un serpente. Esso farà apparizioni anche in altre pellicole kaiju. A dire il vero, come mostro non spiccherà mai per potenza, né sarà caratterizzato in modo particolarmente suggestivo.
  2. Pioniere della fantascienza nipponica, nelle cui opere è stata più volte intravista una certa propensione a sostenere una visione di stampo imperialista del Giappone, che fini così per influenzare la fantasia dei suoi lettori, in maggioranza adolescenti.
  3. Meiji Ishin, letteralmente “Restaurazione Meiji”, poiché idealmente veniva restaurato il potere imperiale come potere temporale e guida dello stato. Fu un radicale cambiamento della struttura sociale e politica del Giappone verificatosi tra il 1866 e il 1869. Il paese si trasformava di fatto in una monarchia costituzionale sul modello inglese piuttosto che in una monarchia assoulta quale fu quella del periodo Heian (794-1185). Cfr. The Meiji Restoration, W.G. Beasly, Stanford University Press, New York 1972.
  4. Avvenne tra l’8 e il 9 febbraio 1904. Fu la battaglia iniziale della guerra russo-giapponese. Cominciò con un attacco notturno di sorpresa lanciato da uno squadrone di cacciatorpediniere della Marina Imperiale Giapponese contro la flotta della Marina Imperiale Russa ancorata a Port Arthur, Manciuria, e continuò con uno scontro il mattino seguente. Fu la prima volta che una marina di una nazione occidentale subì un così duro colpo da parte di una asiatica.
  5. In Italia uscì inizialmente col titolo Atoragon.
  6. Una tipologia di sottomarino o nave capace di volare, andare sott’acqua e sottoterra. Il termine Gotengo vuol dire letteralmente “cieli tonanti/ruggenti”.
  7. Il famoso erudito Motoori Norinaga (1730-1801) aveva alla base del proprio pensiero un’idea di superiorità del popolo giapponese, perché riteneva che l’influenza delle dività shintoiste garantisse solo a sudditi dell’Arcipelago un’abilità innata di sistinguere ciò che è giusto da quello che è sbagliato. Le teorie di Norinaga furono ben assimiliate dall’etica samuraica.

In collaborazione con LatitudineZero – visioni mediatiche e realtà oniriche