OBEY AND CONFORM.

«Essi vivono, noi dormiamo». È tutta qui, nella scritta vergata su un muro di Los Angeles, la differenza che intercorre tra la classe operaia – che non andrà in Paradiso, ma al massimo in un megastore – e i detentori del potere. Essi vivono. Ma chi sono “essi”? Gli alieni, certo, che si sono teletrasportati negli Stati Uniti degli anni 80, ma non solo, anzi: nel pronome è racchiusa non tanto una distinzione tra umano e alieno, ma lo scarto che intercorre tra chi vegeta in uno stato di semi-coscienza (sociale, politica, quotidiana) e chi, conscio della situazione, vi si adegua per profitto personale.

Il disoccupato John Nada lascia Denver per trasferirsi a Los Angeles in cerca di un lavoro. Viene assunto come operaio in un cantiere edile e con l’aiuto dell’afroamericano Frank Armitage trova alloggio in un campo di baracche nella periferia della città, vicino alla chiesa gestita da uno strano predicatore che maneggia altrettanto bizzarre attrezzature. In seguito il campo viene sgomberato dalle forze dell’ordine e il giorno dopo Nada torna nella chiesa, dove tutte le attrezzature sono sparite salvo una scatola nascosta. All’interno vi sono degli strani occhiali da sole; indossandoli, Nada scopre con sgomento che il mondo che lo circonda non è quello che sembra: attraverso il filtro in bianco e nero delle lenti, Nada osserva Los Angeles completamente tapezzata da propaganda totalitaria con costanti comandi subliminali sull’obbedire e conformarsi, che senza occhiali appaiono come normali cartelloni pubblicitari e riviste. Gli occhiali permettono a Nada di scoprire anche che le persone benestanti e la polizia sono in realtà alieni dal grottesco aspetto simile a zombie…

«Ci stanno alle calcagna come ombre! Stanno riempiendo di amarezza le vostre viscere! Il miele che vi offrono vi avvelenerà come il morso dello scorpione e in quel tempo cercherete la morte ma non la troverete! Bramerete morire, ma la morte vi fuggirà! La potenza dei cavalli sta nelle loro bocche e nelle loro code… Si mimetizzano tra di noi come serpenti! Hanno teste e code, e con esse nuocciono! …e quando il serpente vomiterà dalla sua bocca, sarete travolti dal fiume del suo assenzio! A loro si sono prostituiti tutti i governanti e la Terra è diventata un covo di corpi pieni di spiriti immondi perché le nazioni stanno bevendo il vino della loro sfrenata concupiscenza e i governanti si sono prostituiti con loro! E i mercanti si sono arricchiti del loro lusso sfrenato! Svegliatevi! Hanno preso il posto di Dio!»
– predicatore cieco

In Essi vivono la guerriglia viene organizzata per mettere un freno agli invasori, ma da combattere sono anche tutti quegli esseri umani, figli di una classe abituata a comandare da sempre, che hanno trovato un modo per perpetuare la propria condizione di dominio. Già, la classe… John Carpenter mette in scena la lotta di classe nel modo più limpido, chiaro, cristallino ipotizzabile: non c’è mai abuso di metafora in Essi vivono, ogni minima riflessione politica viene esposta allo spettatore con un nitore che verrebbe naturale definire “candido”. Anche John Nada e il suo amico Frank Armitage, come il Candide di Voltaire, da principio credono di vivere nel miglior mondo possibile: pur avendo perso il lavoro avranno sempre una seconda occasione nell’America capitalistica. Se fallisce una miniera a Denver basta armarsi di sacco a pelo e trasferirsi in un’altra città. La possibilità di vivere non mancherà mai.

Ma cos’è la vita, in fin dei conti? Basta uno sguardo attraverso gli occhiali da sole salvati dall’attacco al campo dei resistenti, perché tutto muti in maniera definitiva: il cartellone pubblicitario che sembra invitare a una meritata vacanza ai Caraibi in realtà nasconde il messaggio subliminale «Obey!» Obbedire, credere, non ancora combattere ma nel frattempo sposarsi e riprodursi. Perché il mondo ha bisogno di nuovi consumatori, che possano muovere l’economia senza mai spostare la propria esistenza di un millimetro, sprofondati in divani sempre più comodi, accecati dalla luce bluastra dello schermo televisivo.

Il corrosivo attacco al sistema del Capitale diventa nelle mani di Carpenter un pamphlet di rara acutezza, che non dimentica mai (come sempre, nei lavori del regista di Halloween, Distretto 13 e Il signore del male) la straripante potenza della narrazione; Essi vivono è un film in cui gli umori più istintivi e l’intelletto si uniscono in un amplesso che lo fortifica. Già in parte messo all’angolo da Hollywood, Carpenter lavora per la settima e ultima volta con la produzione di Larry J. Franco (che tornerà a mescolare invasione aliena e sberleffo all’America del consumismo un decennio dopo con Tim Burton e il suo Mars Attacks!) e firma una delle sue opere più fracassone e al contempo concettuali. La critica al sistema economico e alla politica reaganiana, già evidente in altri titoli della sua filmografia, non si nasconde più dietro battute o allegorie più o meno immediate ma diventa il motore portante dell’intera vicenda trasposta sullo schermo.

Non afferma nulla di inesatto Slavoj Žižek nel leggere Essi vivono come uno dei principali capolavori dimenticati della sinistra hollywoodiana: ed è proprio l’estrema chiarezza dell’assunto, l’inequivocabile durezza critica, il disprezzo slavato da ogni dubbio, la nettezza nella distribuzione di torti e ragioni, ad aver probabilmente allontanato in un cantuccio questa gemma dello sci-fi a stelle e strisce. Senza abbandonare mai la via del B-Movie (il genere “operaio” per eccellenza dell’industria cinematografica statunitense), Carpenter traccia le linee guida per ogni pamphlet politico degno di questo nome, e si serve per raggiungere il proprio obiettivo della vista, organo indispensabile per l’approccio al cinema. Ma l’ottica naturale può essere troppo facilmente corrotta da chi detiene il potere, ed è solo attraverso il filtro degli occhiali – e in seconda battuta delle lenti a contatto – che la verità può offrire un argine di resistenza all’inondazione di una propaganda che non ha nulla, a prima vista, di liberticida.

È qui che Essi vivono gioca la carta vincente, in questo dettaglio che all’apparenza rischia di non essere colto nella sua totalità: Nada e Armitage non si rendono conto di vivere in una nazione contraffatta da un’improvvisa escalation aliena, ma aprono solo gli occhi su una realtà che è sempre esistita, scoprendo un organismo di cui loro stessi hanno sempre inconsciamente fatto parte. La Los Angeles “alienata” è una città che rispecchia e vivifica l’idea stessa di democrazia occidentale: tutti possono ambire a tutto, se solo accettano di “obbedire”, “non porsi dubbi”, “conformarsi”. Essi vivono è uno dei pochi film, non solo statunitensi, a porre l’accento sulla dittatura della democrazia, sistema di (dis)valori che dà lustro a una libertà individuale – e mai, mai collettiva – in ogni caso apparente.

Per raggiungere quest’obiettivo, e centrarlo in pieno, Carpenter compone un’opera dinamitarda, divertente, costruita su un protagonista che non fa dell’intelligenza il proprio passepartout per il mondo: non è certo un caso che a incarnarlo sia stato scelto il wrestler canadese Roddy Piper, che ha sempre fatto del proprio corpo l’unica vera arma per affrontare l’esterno. Essi vivono è l’intrattenimento che troppo spesso viene negato allo spettatore, e che con grande facilità metteva mette e metterà in fuga produttori, da Hollywood all’Europa. Perché in fondo il pubblico, dietro le immagini della maggior parte dei film, ancora non riesce a leggere le scritte “compra”, “obbedisci”, “conformati”, ed è cura dei più che la situazione rimanga tale. Essi vivono, noi dormiamo. E non basteranno, purtroppo, degli occhiali a risvegliarci.

In Essi vivono loro sono in mezzo a noi. Si sono mischiati, si sono confusi, si sono amalgamati. Ma loro chi sono? Dopo anni di fantascorpacciate cinematografico-letterarie dovremmo ormai saperlo, anzi dovremmo essere noi a mischiarci tra loro, confonderli e prendercene gioco con le “migliori intenzioni”. Loro possono essere tutto, sono un simbolo di corruzione, di alterazione, sono il virus che utilizza il dna del pianeta, preparano la propria sopravvivenza in un ambiente estraneo e (teoricamente) ostile. Come si riconoscono? Come si combattono? L’invisibilità-visibilità di un nemico (Politica? Religione? Economia?) di cui non si sospetta l’esistenza o la pericolosità è l’incubo alieno globale di questo film di Carpenter d’annata, mutuato da un racconto di Ray Nelson, Eight O’Clock in the Morning, incubo che ricade tutto sulle spalle di un giovane ragazzone operaio (il grande Roddy Piper) che trova casualmente il filtro per la verità su di un mondo finalmente su larga scala ed orwellianamente governato da un Grande Fratello alieno invisibile e subliminalmente organizzato secondo comandamenti che si trovano dappertutto, nella pubblicità, sulla stampa, su tutti gli oggetti di uso comune.

È l’inquietudine di un qualcosa che potrebbe già esistere, questa concretezza di visibile-invisibilità, anormale-normalità che ossessiona tutto il cinema di Carpenter. Quant’è profonda la ferita della società umana? Quant’è potente questo “villaggio dei dannati” che ci protegge e ci guida? “Sono liberi imprenditori, la Terra è il loro terzo mondo”, Carpenter identifica la politica aliena con il liberalismo economico reaganiano, selvaggio e volto all’arricchimento forsennato, esagerando forse nella semplificazione del problema e nella scelta della metafora e dei simboli; i “buoni” sono definiti dagli alieni “terroristi”, coloro che “sanno” si riuniscono come se fossero partigiani o rivoluzionari, la televisione è simbolo di dipendenza (può sembrare strano, ma non sempre è così).

«Oggi possiamo dimostrare che avendo seguito fedelmente il nostro schema ideologico, siamo riusciti nell’intento di mettere l’economia americana al servizio dei nostri obiettivi politici. Se i nostri alleati terrestri manterranno la loro attuale linea politica nei nostri confronti, il loro cammino economico sarà in ascesa. Infatti, riducendo la spesa dei nostri armamenti, abbasseremo enormemente l’inflazione interna perché la nostra politica sociale, oltre a salvaguardare la sicurezza della nostra sopravvivenza, desidera anche collaborare per il progresso del Paese che ci sta ospitando. Il nostro esercito è riuscito a sterminare quasi tutti i rivoltosi e la loro emittente televisiva è stata distrutta; resteremo forti e uniti per difendere la pace, continueremo a lavorare per la prosperità.»
– leader degli alieni

L’antiamericanismo è evidente, ma Carpenter commette forse lo stesso errore di quegli umani (le élites politico-finanziarie) che hanno scelto di sottostare all’occupazione aliena per mantenere una situazione di relativa vivibilità su di un pianeta ormai perduto e cioè la comodità dello schieramento, della condanna totale verso un sistema che totalmente condannabile non è, se si vuol essere obiettivi, la comodità della condanna del “mezzo” anziché del “modo”. Ma Carpenter è così, spietato e sferzante: solamente chi è cieco può vedere nella realtà delle cose, è l’indolenza che genera i mostri. Grande finale: «Qualcosa non va, piccolina?».

Probabilmente il film più dichiaratamente politico del regista americano, Essi vivono, rappresenta per lo stesso Carpenter una visione non troppo fantastica dell’epoca Reaganiana vissuta negli Stati Uniti durante gli anni ’80. Una società evidentemente basata sul capitalismo, sul benessere, che tende a “nascondere”, a non farci vedere l’altra facciata della verità, popolata da persone che, spesso, neanche posseggono gli occhi per piangere…un po’ come ha fatto il sindaco Giuliani a New York, a detta del regista che, a suo dire, ha relegato gli abitanti meno fortunati, nella parte della città non visibile al resto del mondo. Un po’ come spazzare la polvere da casa, insomma. Il protagonista del film, l’ex campione di Wrestling Roddy Piper, qui nella sua migliore interpretazione tra i tanti scadenti film di azione da lui interpretati, veste i panni di un manovale in giro per la città alla ricerca di un lavoro che, casualmente, riesce a scoprire la verità attraverso un paio di occhiali neri.

Indossandoli, scopre che tutto quello che sta vedendo con i suoi occhi, è soltanto una visione delle cose che qualcun’altro ci ha abituato a farci vedere. La verità quindi, è visibile in bianco in nero mentre gli alieni, credono di convincerci che il nostro è un mondo “a colori”. In realtà, sotto ogni manifesto pubblicitario, sotto ogni immagine televisiva, sotto ogni pagina di qualsiasi giornale, si celano dei misteriosi messaggi subliminali che tendono a renderci schiavi della volontà di una civilità aliena. Essa stessa apparentemente simile alla razza umana, in realtà composta da orribili mostri dal corpo scarnificato e dai volti simili a dei teschi, comunicante tra di loro (non a caso) attraverso preziosissimi Rolex d’oro.

Il film è un crescendo di tensione e di orrore, che conosce il suo momento probabilmente più emozionante, in tutta la parte nella quale il protagonista scopre casualmente l’esistenza degli alieni che sfocia in una entrata in banca armato di fucile con tanto di esclamazione («raccomandate l’anima al creatore: sono venuto ad annientarvi»). Memorabile l’entrata in scena del protagonista, all’inizio… la macchina da presa che inquadra un muro con su scritto «They Live» per poi spostarsi verso una vecchia ferrovia… dalla quale vediamo arrivare questa sorta di “antieroe”, sicuramente uno dei più inusuali della storia del cinema sotto le note della bellissima Back To The Street suonata dallo stesso Carpenter. Più amara e cinica la prima parte del film, più indirizzata al divertimento e allo humour la seconda fino ad arrivare ad un finale beffardo e bellissimo. Straordinaria, come sempre, la colonna sonora. Sceneggiatura di un tal Frank Armitage, probabilmente ennesimo pseudonimo dello stesso Carpenter.

Credits

Titolo originale: They Live – Paese di produzione: USA – Anno: 1988 – Durata: 93′ – Genere: fantascienza – Regia: John Carpenter – Soggetto: Ray Nelson (racconto) – Sceneggiatura: John Carpenter – Produttore: Larry J. Franco – Fotografia: Gary B. Kibbe – Montaggio: Gib Jaffe, Frank E. Jimenez – Effetti speciali: Roy Arbogast – Musiche: John Carpenter, Alan Howarth – Scenografia: William J. Durrell Jr, Daniel A. Lomino – Trucco Frank Carrisosa.
Cast. Roddy Piper: John Nada (Piero Tiberi) – Keith David: Frank Armitage (Paolo Buglioni) – Meg Foster: Holly Thompson (Sonia Scotti) – George Flower: Drifter (Angelo Nicotra) – Peter Jason: Gilbert (Dego Reggente).

In collaborazione con LatitudineZero – visioni mediatiche e realtà oniriche