Un film che si occupa del mondo dei fan di saghe famose, descrivendolo con tanto affetto e spietato realismo.

Il destino degli attori resi popolarissimi da una serie di successo può essere inclemente. Dismessi i panni dei personaggi che hanno determinato le loro apparenti fortune, trovare nuovi ruoli può rivelarsi un’impresa disperata. George Clooney, cresciuto professionalmente nelle corsie di E.R. – Medici in prima linea, è un’eccezione; più spesso il tentativo di riciclarsi fallisce e inizia un lungo viale del tramonto. C’è chi come William Shatner, l’indimenticabile capitano Kirk, passa dietro alla macchina da presa, o inizia a scrivere romanzi ispirati alla serie che lo ha visto protagonista; oppure c’è chi sfrutta la fama raggiunta per farsi apprezzare in qualche altro campo, come Leonard Nimoy: il signor Spock è divenuto un raffinato fotografo. Anche Robert ‘Freddy’ Englud ha avuto la fortuna di trasformarsi in un’icona horror, dirigere film, darsi alla pittura contemporanea, complice un carattere gioviale sempre incline a reinventarsi.

Alcuni si rassegnano al precoce ritiro dalle scene, altri invece accettano l’onere di firmare autografi a pagamento e ripetere all’infinito gesti e frasi ormai stantii, pur di mantenere una fonte di reddito e un sia pur flebile contatto con il mondo dello spettacolo. Tutto ciò è convention: grandi hotel o complessi fieristici allestiti a tema, sfilate in costume, proiezioni di episodi o fan film, concerti a base di canzoni riadattate, vendita di gadget, presentazione di pubblicazioni amatoriali, incontri con registi, sceneggiatori e attori. Il pubblico è formato da curiosi, addetti stampa, pubblicisti di fanzine, persone che amano un’epoca e i suoi miti. C’è anche una folla di nerd, di ingenui che lasciano da parte il senso critico e confondono personaggi immaginari e relativi interpreti, o di fanatici che vestono come i propri beniamini pur avendo un fisico sgraziato e costumi realizzati alla “viva il parroco”.

Galaxy Quest si occupa proprio del mondo dei fan di saghe famose, descrivendolo con tanto affetto e spietato realismo. È un film di fantascienza, ma l’avventura galattica rappresenta un pretesto per creare un ritratto ironico e verosimile di questo “fenomeno”, fotografando in particolare il fandom dei trekkers, gli appassionati di Star Trek.

A 18 anni dall’ultima trasmissione, la serie televisiva Galaxy Quest è fatta ancora oggetto di culto da parte un esercito di strambi fan. Gli interpreti si guadagnano da vivere trascinandosi da una convention all’altra, o presenziando a inaugurazione di centri commerciali, consapevoli di essere rimasti imprigionati nei loro ruoli, e odiando quel pubblico ingenuo e illuso che continua a osannarli, a imitare goffamente le scene clou dei telefilm, a ripeterne a memoria le battute… Durante l’ennesimo raduno di appassionati, l’attore che interpreta il comandante Quincy viene abbordato da un gruppo in costume e… portato a bordo di una vera nave spaziale! I rapitori sono Thermiani, autentici alieni originari della galassia di Klatu. Ignorando cosa sia il concetto di finzione scenica, essi credono che il telefilm sia una sorta di documentario, di cinegiornale che narri fatti reali. Hanno dunque ricostruito la nave spaziale vita in televisione col proposito di ingaggiarne l’equipaggio e affidargli una delicata missione. Il comandante si presta a interpretare il suo ruolo, sicuro di partecipare a un fan movie, o di essere vittima di uno scherzo goliardico, e coinvolge nell’equivoco anche il resto del cast. I nostri attori-eroi si ritrovano così catapultati tra le stelle, a combattere il perfido Sarris. La situazione è disperata, e se ne potrà uscire solo grazie all’aiuto dei fan…

«Ma io muoio nell’episodio 18!!!»

(Guy Fleegman; il capo della sicurezza ‘Roc’ Ingersol)

Già solo la trama del film diretto da Dean Parisot è un esplicito e sentito omaggio a Star Trek. Non solo ai film e telefilm, ma anche ai trekkers e a tutto quello che gravita attorno a quel fenomeno di massa che ha segnato la fantascienza al cinema e in televisione. Per tutto il film si sprecano citazioni e parodie dei luoghi comuni che segnano Star Trek e che lo rendono quello che è. Ogni battuta, ogni situazione, ogni “errore” dell’originale sottolineato non è una presa in giro fine a se stessa, ma, anzi, è un mezzo per esaltare l’originale a cui fa riferimento. Non c’è malizia in quello che viene mostrato, ma solo la volontà di scherzare su un qualcosa che si adora, come solo un vero fan potrebbe fare.

Galaxy Quest offre divertimento intelligente, privo di volgarità gratuite e di risate facili. Il merito va al soggetto tanto innovativo, e al suo sviluppo poco convenzionale. La sceneggiatura funziona alla perfezione, alterna umorismo e riflessione senza rinunciare a un buon ritmo. Gli interpreti sono veri e propri mostri sacri: Sigourney Weaver è irriconoscibile con i capelli biondi e la tuta sexy, Tim Allen è a suo agio nei panni del capitano, Alan Rickman è un vero spasso. Si ride, soprattutto se si ha una certa familiarità con il variopinto mondo delle convention e se si riesce a considerare il fenomeno con un certo sano distacco. Il film potrebbe risultare indigesto solo a quanti ormai venerino come divinità i beniamini virtuali a scapito di un sano rapporto con le persone in carne e ossa.

L’equipaggio dell’NSEA Protector si compone di personaggi equivalenti a quelli che popolavano il ponte di comando dell’Enterprise: un capitano prestante e appariscente, troppo sicuro di sé e donnaiolo, una bella in abiti provocanti, un alieno intelligente e distaccato, dal fascino inquietante, un gruppo di collaboratori multirazziale. Gran parte dell’umorismo della pellicola nasce dall’omaggio disincantato e affettuoso che viene tributato a Star Trek, che ne mette in luce anche gli aspetti meno nobili: scenografie di cartapesta allestite in squallidi garage, copioni improvvisati, rivalità nel cast, ruoli femminili puramente “estetici”, attori narcisisti…

I temi dell’amore incondizionato dei fan, del dualismo tra realtà e finzione scenica, hanno ben poco da spartire con la spensierata ilarità delle commedie americane. Anche Galaxy Quest è una commedia degli equivoci, se si vuole, e l’equivoco è generato dalla natura del pensiero umano che si diverte inventando altri mondi. Cinema e teatro sono menzogne legalizzate, realtà e finzione si scambiano, creando situazioni paradossali: piloti inesperti che si impratichiscono davanti al videoregistratore ripassando le vecchie puntate, alieni che credono a quanto racconta il telefilm e lo scambiano per un documento storico, nerd che forniscono informazioni di vitale importanza…

Oltre il nutrito cast a impreziosire il tutto ci sono degli effetti speciali degni di nota, per essere una commedia low budget, e una sceneggiatura genuinamente divertente che non cede il passo alla noia o alla banalità delle situazioni nemmeno una volta. Star Trek viene esaltato e, dopo aver visto Galaxy Quest, non si potrà fare a meno di apprezzarlo ancora di più o cominciare ad apprezzarlo in caso già non lo si facesse prima. Inoltre, il merito degli sceneggiatori David Howard e Robert Gordon e del regista Dean Parisot, è quello di riuscire a creare e rendere credibile la serie TV, Galaxy Quest, con tutti i suoi attori, senza mai dare l’impressione di essere un telefilm posticcio, creato ad hoc, nonostante lo sia effettivamente. È un merito non da poco, serve a tenere in piedi tutto il film e a rendere credibile ciò che si sta vedendo.

Si medita sul significato della Storia, sulla veridicità delle sue fonti, sulla pretesa di insegnare eventi del passato a partire da film realizzati con ben altro scopo. Gli alieni che ricostruiscono l’astronave a partire dalle sequenze del telefilm forse ragionano come certi insegnanti, che vorrebbero far apprendere mentalità, usi e costumi del passato sfruttando pellicole nate per intrattenere. Il mito dell’istruzione conseguita senza troppa fatica attraverso spettacoli e giochi interattivi crolla, se si pensa ai poveri alieni e alla loro mal riposta fiducia. Si ironizza anche sul ruolo di ogni attore, troppo spesso costretto dallo star system a rimanere prigioniero della sua maschera, del suo ruolo, che resta assegnato anche quando il sipario dovrebbe essere calato da un pezzo. Il rapporto con il pubblico è fatto di amore e odio: inizialmente l’attore soddisfa il suo narcisismo, poi si accorge dei limiti dei suoi spettatori e arriva a odiare quella platea priva di ambizioni, stramba, perdente. Tra citazioni amorevoli e sarcasmo, Galaxy Quest diverte, e fa pensare.

Credits

Paese di produzione: USA – Anno: 1999 – Durata: 102′, colore, sonoro – Genere: fantascienza – Regia: Dean Parisot – Soggetto: David Howard – Sceneggiatura: David Howard, Robert Gordon – Fotografia: Jerzy Zielinski – Montaggio: Don Zimmerman – Effetti speciali: Keith Marbory, Matt Sweeney – Musiche: David Newman – Scenografia: Linda DeScenna – Costumi: Albert Wolsky.
Cast: Tim Allen: Jason Nesmith (Michele Gammino) – Sigourney Weaver: Gwen DeMarco (Anna Rita Pasanisi) – Alan Rickman: Alexander Dane (Alessandro Rossi) – Tony Shalhoub: Fred Kwan (Nino Prester) – Sam Rockwell: Guy Fleegman (Massimo De Ambrosis) – Daryl Mitchell: Tommy Webber (Simone Mori) – Enrico Colantoni: Mathesar (Mino Caprio).