ERNEST B. SCHOEDSACK, REGISTA DI “KING KONG”, ELABORA UN FILM CON SCENOGRAFIE ED EFFETTI SPECIALI ALL’AVANGUARDIA PER L’EPOCA.

Vorrei iniziare a parlarvi di questa pellicola con un concetto che mi è particolarmente caro: gli effetti speciali sono parte di un film fantascientifico e non tutto il film. Ritengo che questi debbano essere integrati nella storia. Ovvero, non si può assoggettare l’opera all’effetto; non si fa fantascienza solo con le astronavi e i mostri alieni. Pellicole di enorme qualità come: Ultimatum alla Terra, La “Cosa” da un altro mondo e L’invasione dei mostri verdi ce l’hanno chiaramente dimostrato. In questi film, che sono dei veri capolavori del cinema fantascientifico, l’effetto speciale è secondario. Per esempio, La “Cosa” da un altro mondo trae la propria forza dai dialoghi. L’uso di effetti praticamente non esiste; eppure, è uno dei film fantastici tra i più innovativi e suggestivi. Seconde me, il tanto ricercato sense of wonder in un film fantascientifico non è dato esclusivamente dalla tecnologia in esso rappresentata, ma anche, e soprattutto, dalla sua storia.

Un’opera che ci dimostra come si possano fondere alla perfezione, effetti speciali assolutamente sbalorditivi (per l’epoca) e una narrazione con i fiocchi è il film di Ernest Beaumont Schoedsack, Il dottor Cyclops. Il regista in questione ha inoltre firmato la co-regia della celebre produzione RKO, King Kong (1933, l’altro co-regista del film era Merian C. Cooper). Dunque, il nome di Schoedsack è una garanzia, per quanto riguarda la ricerca di effetti speciali strabilianti. Tuttavia, con le sue opere, egli ci ha anche mostrato come la “meraviglia” suscitata dal “trucco” debba essere strettamente funzionale alla storia. In Il dottor Cyclops troviamo confermata tale mentalità. Anche se la pellicola del regista americano è una vera pietra miliare degli effetti speciali: si tratta del primo film di fantascienza a colori, grazie all’uso del Technicolor. Presenta inoltre un lavoro di sovrapposizione di immagini eccellente, tanto far avere la nomination all’Oscarai due curatori di questa parte del film, Farciot Edourd e Gordon Jennings. Ciò che è importante è il fatto che la storia è bella, gli attori bravi e c’è pure una morale sull’etica della ricerca scientifica. Cavolo! Niente male. Allora, mi viene spontaneo chiedere: ma perché molti registi e produttori di film di fantascienza oggigiorno non curano adeguatamente la narrazione, per puntare tutto sugli effetti? Mah… non sarà forse anche colpa del pubblico che guarda produzioni fatte in questa maniera?

Comunque, polemiche a parte, veniamo alla storia de Il dottor Cyclops. Uno dei più brillanti ed eccentrici biologi del mondo, il dottor Torkel, si è isolato per due anni in una remota zona del Perù. Le ricerche segrete che sta conducendo si basano sulla manipolazione molecolare di esseri viventi, grazie all’uso di radiazioni atomiche. Però, c’è un piccolo particolare, Torkel (interpretato da un mastodontico e bravissimo Albert Dekker) è impazzito a causa dell’ossessione per i suoi esperimenti e per il prolungato isolamento. Inoltre, lui ha un problema, la vista gli impedisce di continuare lo studio al microscopio. Decide, allora, di chiamare in suo aiuto una piccola équipe di scienziati. Si presentano in quattro: il distinto biologo Bulfinch, la sua aiutante (un’attraente e precisa Janice Logan), un minerologo che sembra tutto tranne che un uomo di scienza e, infine, un texano che si è autoinvitato, in vigore del fatto che i muli usati per il viaggio sono i suoi. Tutto fila liscio, fin quando raggiunto Torkel, quest’ultimo fa dare una rapida occhiata al microscopio ai suoi “ spiti” e poi gli ordina di levarsi dai piedi. Be’, dopo centinaia di chilometri, fatti sopra degli scomodissimi muli per venire in aiuto dell’eccentrico biologo, è ovvio che Bulfinch e compagni si aspettassero un trattamento diverso. Infatti, la loro indignazione li spinge a restare, contro il volere della scienziato. Non gli ci vorrà molto per carpire la vera natura degli esperimenti condotti dal personaggio a cui Dekker dà il volto; dato che loro stessi verranno rimpiccioliti dal folle Torkel. Seguono vari scontri tra il biologo e i suoi minuscoli nemici, durante i quali lo scienziato perde una lente degli occhiali; ragione per cui gli verrà dato il soprannome di Cyclops (Ciclope). Le cose si aggravano quando egli scopre che le cavie umane stanno lentamente tornando alle loro normali dimensioni. Oramai, essi sono solo una scomoda prova vivente del fallimento della sua teoria. Perciò, Cyclops inizia a dargli una caccia spietata, fino a uccidere Bulfinch e un bracciante messicano; il quale è stato miniaturizzato insieme agli altri quattro, solo perché si trovava lì. L’ultima parte del film mostra la morte di Torkel, che cade in un pozzo e un accenno di love story tra il minerologo e l’aiutante del defunto Bulfinch (del resto, in un film americano una storiella d’amore di qualche tipo non poteva certo mancare!).

– Torkel: «Tutti coloro che nel passato hanno cercato qui lʼoro sono morti senza sapere che avevano scoperto qualche cosa di valore assai maggiore: il più ricco giacimento di minerale dʼuranio che esista al mondo… Finora non ho estratto altro che le proprietà che ha il radio. Quel tubo è il condotto che me lo porta. Il collettore è situato nel pozzo in prossimità del giacimento. Con esso io raccolgo e conduco, sotto il mio controllo, lʼimmensa energia atomica del sottosuolo.»
– Bulfinch: «Impossibile!»
– Torkel: «Impossibile? Beniamino Franklin, con un aquilone, trasse elettricità da una nuvola. Con il mio metodo invece io traggo la forza cosmica dal profondo della Terra.»

Come si vede, la storia è tutt’altro che banale: uno scienziato impazzito per le sue ricerche, la messa in discussione dell’etica scientifica, la “citazione” omerica della lotta tra Ulisse e il Ciclope. Andrebbe già bene così. Difatti, la narrazione è talmente ben costruita che dalla sceneggiatura di Tom Kilpatrick, lo scrittore Henry Kuttner ne trarrà un libro. Ma ecco la ciliegina sulla torta: gli effetti speciali… superbi! Badate bene però! Il tutto funziona, perché il film vive di vita propria, grazie alla trama. Il trucco di scena è solo l’aggiunta che contribuisce a renderlo ancora più affascinante. Tanto di cappello a Schoedsack per quello che ha saputo fare e, ancora di più, per la lezione che ci ha dato: il cosiddetto sense of wonder, la “meraviglia” per capirci, deve essere armoniosamente integrato con una narrazione che coinvolga lo spettatore. Un film di fantascienza è principalmente un’opera cinematografica e non una serie di esplosioni, raggi laser e mostri orripilanti che divorano un umano dopo l’altro.

In questo Il dottor Cyclops ritroviamo molte delle tematiche care a Schoedsack, a partire dall’ambientazione esotica, vero marchio di fabbrica di un regista che ha sempre subito il fascino di luoghi selvaggi in cui inserire i suoi protagonisti “civilizzati”. C’è una caccia all’uomo vista da una prospettiva diversa e “rimpicciolita”, c’è la presenza di un uomo folle, ma straordinariamente potente per cui la vita umana conta poco o nulla e che si diverte a usare i suoi colleghi come pedine di un gioco sadico e, infine, c’è un uso innovativo degli effetti speciali, il minimo che si potrebbe aspettare dal regista di King Kong.Il film, datato 1940, è parecchio in anticipo sui tempi rispetto all’ondata fantascientifica del decennio successivo, dove l’energia atomica modificava le dimensioni di umani e animali, creando esseri lillipuziani e mostri giganti. E dovranno passare ancora molti anni per il capolavoro di Matheson, Tre millimetri al giorno, portato sullo schermo nel 1957 con il titolo The Incredible Shrinking Man (Radiazioni BX: distruzione uomo nell’edizione italiana). Una piccola curiosità: Il dottor Cyclops è uscito in Italia nel 1950 e, nel doppiaggio, uno dei personaggi fa riferimento alla bomba atomica. Per ovvi motivi temporali, questo riferimento è inesistente nella versione originale del film, dove invece è la presenza di una miniera di uranio nelle vicinanze del laboratorio a permettere a Thorkel di condurre i suoi esperimenti.

Per finire, voglio aggiungere che ogni volta che ho il piacere di guardare Il dottor Cyclops, mi viene da fare una riflessione. Si possono dire tante cose di questo film. In effetti, è stato uno dei primi film a colori e il primo di genere fantastico. Esso presenta anche una delle scenografie più elaborate mai prodotte in quegli anni, basta pensare che molte location sono state fatte in modo da far sembrare i protagonisti dei lillipuziani. Tuttavia, durante la visione, anche se tutto ciò ha il suo peso, uno non ci pensa. Perché? Credo che questo sia dovuto al fatto che si è troppo presi a seguire l’evoluzione degli eventi narrati. Ecco, questa, a mio modestissimo parere, è una lezione di cinema. Un film di fantascienza è un film come un altro e necessita di veri registi. Tanto per capirci, il già citato capolavoro La “Cosa” da un altro mondo è firmato da un certo Howard Hawks, il quale è tutto tranne che un regista di genere.

Credits

Titolo originale: Dr. Cyclops– Nazione: USA – Anno: 1940 – Genere: fantascienza – Durata: 76′ – Regia: Ernest B. Schoedsack – Sceneggiatura: Tom Kilpatrick – Fotografia: Winton C. Hoch, Henry Sharp – Montaggio: Elsworth Horgland – Scenografia: A.E. Freudeman – Effetti speciali: Paul K. Larpae – Musiche: Gerard Carbonara – Produzione: Dale Van Every, Merian C. Cooper per Paramount.
Cast: Albert Dekker: Alexander Torkel (Gaetano Verna) – Thomas Coley: Bill Stockton – Janice Logan: Mary Robinson (Dhia Cristiani) – Charles Halton: Rupert Bulfinch (Amilcare Pettinelli) – Victor Kilian: Steve Baker (Renato Turi) – Frank Yaconelli: Pedro – Paul Fix: dottor Mendoza – Frank Reicher: professor Kendall.

In collaborazione con LatitudineZero – visioni mediatiche e realtà oniriche