ECCESSIVO TUTTO, WHAT A LOVELY DAY! TRASH RAFFINATO, IN CUI TUTTO TROVA IL SUO POSTO E NIENTE FA DAVVERO A PUGNI – A PARTE I PERSONAGGI FRA DI LORO.

Mad Max: Fury Road, secondo il regista, non è «né un reboot, né un prequel, né un sequel» rispetto ai primi film di Mad Max, ma una “rivisitazione del mondo”, quindi riprende lo stesso protagonista, presentandolo con una nuova storia. Si potrebbe anche definire come un “sequel concettuale” per quanto riguarda il modo in cui viene presentata lʼambientazione, sempre più articolata e spostata in avanti nel tempo di film in film.

In poche parole, Max il fuggiasco viene catturato dagli uomini di Immortan Joe, trascinato alla Cittadella per fare da donatore di sangue ai Figli della Guerra, lʼesercito personale del tiranno. Quando lʼImperatrice Furiosa scappa portando via le Cinque Mogli di Immortan Joe, Max si trova immischiato negli scontri e inaspettatamente alleato di Furiosa. A loro, per una serie di sfortunati eventi, si unirà anche Nux, un Figlio della Guerra impossibilitato a tornare alla Cittadella. Insieme intraprenderanno la ricerca del Luogo Verde che, poiché ormai inesistente, li costringerà costringerà a tornare sui loro passi.

E con la trama la finiamo qui perché, in due ore secche di film, non cʼè molto altro. Poteva essere svolta in mezzora, non fosse per il desiderio di Miller di rendere il tutto unʼenorme omaggio al cinema, lʼesperienza visiva per eccellenza – e cavolo se cʼè riuscito! Oltre alla storia, anche i dialoghi hanno un carattere assolutamente essenziale. Cʼè lo stretto indispensabile, né più né meno: le informazioni importanti vengono date man mano che i personaggi ne hanno bisogno, non ci sono dialoghi “di comodo” e le parolacce in tutto questo non trovano posto. La psicologia dei personaggi, tutti ben delineati, emerge dalle azioni, dalla gestualità, addirittura dai loro abiti. Il carattere così estremamente essenziale di Mad Max: Fury Road da un lato disorienta, perché non siamo più abituati a film che vanno dritto al punto e senza sprecare fiato – la maggior parte dei prodotti americani sono caciaroni e si dilungano su molti aspetti che qui il regista ha debitamente omesso. Dallʼaltra parte, tutto questo chiarisce in modo esemplare la cura riservata da George Miller e sfociata in una pellicola che mantiene alta lʼattenzione dello spettatore dallʼinizio alla fine.

Come se lo legasse per i piedi e lo trascinasse nel mezzo del deserto, facendogli ripetutamente sbattere la testa: o ci stai dietro, o ci stai dietro, visto che sei legato.

Non si pensi però che Mad Max: Fury Road sia un pippone di ineguagliabile serietà: è soprattutto adrenalinico, ma anche divertente. Se lo si prende con lo spirito giusto (e con un certo amore per le fracassonate) non si può che ridacchiare nel vedere il povero Nux sballottato, e Max infilarsi una lima nella museruola per romperla… e lasciarla lì, mentre fa qualcosa dʼaltro, ricominciare nel primo attimo libero, e dimenticarla di nuovo.

«In questa terra desolata, io sono colui che fugge sia dai vivi che dai morti. Un uomo ridotto a un unico istinto: sopravvivere.»

– Mad Max

Era il 1979 quando approdava nei cinema Mad Max, da noi chiamato Interceptor. Un anno molto lontano che, fatto curioso, io non mi ricordo visto che non ero nata. I miei primi ricordi di Mad Max sono adolescenziali. Dodici, tredici anni. Il film mi ha fatto schifo. Poi lo ho riguardato un poʼ più in là, sono riuscita a capirlo, e lo ho apprezzato. Soprattutto, ho iniziato ad amare quel genere di ambientazione gravata da sabbia, olio di motore, gang di predoni in motocicletta. Quindi, quando ho visto per la prima volta il trailer di Mad Max: Fury Road, non ho potuto che sgranare gli occhi ammirata, assecondare il brivido lungo la schiena e ripromettermi di guardarlo. Perciò il giorno dellʼuscita ero in sala, con tanto di popcorn, perché un film così spaccone deve essere corredato da tutto il necessario e guardato con religiosa attenzione.

Attenzione straordinariamente ripagata – al contrario del solito – perché il film è innanzitutto un capolavoro visivo, un lavoro tecnico eccelso per quanto riguarda il montaggio di ogni singolo fotogramma. Come sorprenderci di questo? È nato come storyboard, come nascono i cartoni animati per dire, non con le sceneggiature e i copioni come normalmente accade con i film “normali” (quelli che ti piacciono, ma che non hanno bisogno del 130% della tua attenzione). La tecnica di George Miller è impareggiabile sotto ogni punto di vista, e da al film quel tocco in più che è riuscito a dividere un prodotto originale come Mad Max: Fury Road dal baratro nero del flop. Poteva essere scadente? Oh, sì che poteva esserlo. Invece segnerà per molti anni la storia del genere post-apocalittico e, ne sono certa, dalle sue sequenze attingeranno per decenni i film dʼazione.

La tecnica

Cʼè poco da fare: il film si conferma come uno dei più curati da anni a questa parte. Personalmente, un prodotto così non me lo ricordo – eccezion fatta, in parte, per il primo Sin City e il primo 300, che però, tratti da graphic novel, partono già come, cavolo!, storyboard. Miller riversa su Mad Max: Fury Road tutta la sua maestria e tutto lo studio fatto sul mondo creato dagli anni Ottanta ad oggi. E soprattutto il regista riversa tutto il suo amore, nato quando – da medico – gli era stato chiesto di partecipare alla stesura della sceneggiatura del primo Mad Max, più una denuncia a quello che stava succedendo per le strade dellʼAustralia, che un film fantascientifico e post-apocalittico.Lʼattenzione data ai dettagli è massima. Si riflette su ogni singola scena, ma soprattutto sulle scelte di design. Tutti diversi, tutti unici e, quando alcuni tratti sono condivisi da più personaggi, ci sono comunque dei particolari che li differenziano, siano cicatrici, un modo diverso di dipingere il viso, o le graffette piantate nelle guance. In un mondo post-apocalittico basato sulla benzina, è ovvio che siano macchine e volanti gli oggetti di culto – e questo viene reso in modo eccelso proprio attraverso la personalizzazione. Non ci sono due mezzi o due volanti uguali e, per giunta, tutto è stato costruito davvero! George Miller, per mantenere un maggiore “realismo”, ha deciso non solo di far girare ogni scena dal vivo senza aiuto di green screen, ma anche di riprodurre ogni modello! Il che ha richiesto un impegno davvero senza pari, ed è probabile che la maggior parte degli automezzi fossero in più copie, visto che capita normalmente che le scene vengano girate e rigirate.

Unica pecca, lʼeccessiva accelerazione dei frame in alcune scene, che rende complesso seguire lʼazione.

Riguardo allo studio dellʼopera, ci sono da aggiungere altri due grossi meriti. Il primo è la capacità di presentare scene dʼazione sempre diverse, che non stancano. Le due ore di durata sono, in realtà, un unico grande inseguimento, ma non ci sono due momenti uno uguale allʼaltro, e resta costante lo stupore e la domanda: “cosa vedrò fra qualche minuto?”. Il secondo merito, invece, è la capacità di differenziare gli ambienti. Tutto Mad Max: Fury Road si svolge nel deserto, ma non ci sono due zone che siano uguali, ognuna ha una sua caratteristica peculiare. Ecco quindi che ci si muove dal classico deserto rosso e polveroso, alla Cittadella con gli ultimi residui di verde, ad una tempesta di “sangue e sabbia”, a un canyon roccioso, una palude, e così via.

Ad essere esaltante, sopratutto per chi di cinema ci capisce e ha un occhio di riguardo per gli aspetti più “tecnici”, sono la regia e il montaggio, che raggiungono in Mad Max: Fury Road delle vette davvero alte. Studio, meticolosità, cura dei dettagli… non smetterò mai di ripetere di non aver mai visto qualcosa di questo genere.

Il post-apocalittico secondo Miller

Post-apocalittico, cosʼaltro poteva essere Mad Max? Lo risulta fin nel midollo. Ambientato dopo un olocausto nucleare, rappresenta alla perfezione la durezza seguita alla catastrofe, in cui Immortan Joe prende il sopravvento non attraverso il carisma, ma grazie ai suoi possessi: lʼacqua, la benzina, gli esseri umani ormai divenuti oggetti. Sì, anche gli esseri umani gli appartengono e sono uno dei beni più importanti in quel mondo segnato da mutazioni genetiche, deformazioni, morti continue. Gli esseri umani “veri” però, quelli (donne, soprattutto) che sono ancora in grado di procreare bambini sani – e anche in quel caso, quando a Immortan Joe nasce un bambino, la logica suggerisce che gli Eterni lancino una monetina per decidere se sarà sano o meno. Indicativo il fatto che Miller inserisca due donne incinte: il bambino della prima nasce morto, ma perfettamente sano; la seconda afferma invece che suo figlio sarà un mostro.

In Mad Max: Fury Road, la benzina è ormai diventata fondamentale. È questo il filo più importante che collega tutti e quattro i film della saga di Mad Max. Nel primo, distopico in senso stretto, viene presentato un mondo in cui la benzina inizia a scarseggiare. Il film è figlio dellʼaumento dei prezzi del petrolio seguito alla Guerra dei Sei Giorni e al dimezzamento dei rifornimenti di carburante. In quegli anni, moltissimi paesi introdussero lʼausterity, promuovendo mezzi di locomozione a “energia umana”: piedi, biciclette, pattini. In Mad Max (Interceptor), quelli che non vogliono rinunciare alle quattro (o due) ruote diventano criminali. Negli altri due film, Il Guerriero della Strada e Oltre la Sfera del Tuono, torna prepotente il tema dellʼesaurimento delle risorse. In Mad Max: Fury Road, come nei suoi predecessori, i sopravvissuti non vogliono mollare le macchine, il vero oggetto di culto di tutti i film di Miller.

Nellʼultimo capitolo della saga, la benzina arriva a costituire addirittura lʼunità di misura cui paragonare la “forza” del sangue dei prigionieri dei Figli della Guerra, che viene misurata – indovinate? – in ottani. Diventa, sotto forma di plastica, la corazza che protegge le cisti piagate di Immortan Joe; la moneta di scambio, lo strumento essenziale a continuare a far correre i mezzi che dovranno attraversare lʼinfinito deserto alla ricerca delle ultime risorse. La benzina, ancora più preziosa dellʼacqua.

In Mad Max: Fury Road troviamo tutti i temi caratteristici del post-apocalittico e li troviamo nel modo in cui hanno disegnato il nostro immaginario. Soprattutto, del post-apocalittico troviamo la domanda essenziale: «chi ha distrutto il mondo?» Miller ci invita in modo molto aperto a porci questo quesito, lo stesso su cui si interrogano i personaggi, ma non vengono fatte dietrologie alla ricerca di astruse risposte. Semplicemente, nessuno risponde, suggerendo che la soluzione al mistero (finché non verrà rivelata in un successivo film, se mai verrà fatto) è un banale, quanto veritiero “tutti e nessuno”, perché tutti sono responsabili della distruzione del proprio mondo, quindi la colpa non è di nessuno in particolare.

La quota trash che ti illumina la giornata

Per un amante del metal, Mad Max: Fury Road è manna in un periodo in cui le colonne sonore tendono più che altro allʼelettronico. Non che le OST di Amazing Spiderman: il Potere di Electro abbiano fatto schifo. No, davvero no. Però una soundtrack “carica” quanto quella di Mad Max si sente raramente. Soprattutto, anche a fronte dellʼuso dellʼultimo periodo di far nascere la musica dai personaggi (e accade anche qui, con Guitar Guy e i percussionisti), si sente di raro una musica che sorge con ogni scena, la accompagna e la potenzia come riesce a fare quella di Junkie XL. Non cʼè spazio per le parole, insomma, ma ce ne è tanto, tantissimo, per la colonna sonora.

Quota trash che ti illumina la giornata, dicevo. Un poʼ è il metal, un poʼ è perché il film è così eccessivo nella maggior parte dei particolari da sconfinare. Eccessivo con caratterizzazione positivissima, intendo. Eccessiva la musica rimbombante, che ti fa tremare le ossa. Eccessiva la sabbia, eccessivo lʼaccozzagliamento di abiti. Eccessiva la cattiveria, lʼindividualità da un lato, e il senso di comunità dallʼaltro. Eccessivi i freaks, che vengono presentati con una crudezza ineguagliata. Eccessive le macchine, le modifiche fatte ad ogni loro parte, eccessive le carrozzerie piene di spuntoni. Eccessivo il bianco dei Figli della Guerra, eccessivi i Figli della Guerra («Valallhaaa! Ammiratemiii!»). Eccessivo tutto, what a lovely day! Trash raffinato, in cui tutto trova il suo posto e niente fa davvero a pugni – a parte i personaggi fra di loro.

Ora potete respirare, ma soprattutto potete correre in sala a godervi questa perla rara.

Credits

Titolo originale: id. – Nazione: Australia, USA – Anno: 2015 – Genere: fantascienza, azione – Durata: 120′ – Regia: George Miller – Sceneggiatura: George Miller, Nick Lathouris, Brendan McCarthy – Fotografia: John Seale – Scenografia: Colin Gibson – Musiche: Junkie XL – Montaggio: Jason Ballantine, Margaret Sixel.
Cast: Tom Hardy: Max – Charlize Theron: Imperatrice Furiosa – Nicholas Hoult: Nux – Hugh Keays-Byrne: Immortan Joe – Rosie Huntington-Whiteley: Angharad la Splendida – Riley Keough: Capable – Zoë Kravitz: Toast la Sapiente – Abbey Lee: Dag – Josh Helman: Slit – Jon Iles: Ace – Courtney Eaton:Cheedo la Fragile – Nathan Jones: Rictus Erectus – Megan Gale: Valchiria – Richard Carter: il Fattore – John Howard: il Mangiauomini.