Alla fine non ho resistito. Me ne hanno parlato con perplessità, male, bene, definendolo eccezionale, banale, incomprensibile, troppo lento e poi troppo veloce – perciò ho deciso di guardarlo e capire.

All’inizio, quando Lucrezia mi aveva annunciato l’arrivo di Predestination, lo avevamo liquidato come qualcosa di “già visto”, anche a causa del fatto che ci era sfuggito che fosse tratto dal racconto All You Zombies di Robert A. Heinlein (1). Tutto il mio problema era legato alla definizione di “polizia temporale” (che le sinossi dicevano centrale nel film), un tema già sentito: Timecop, Minority Report (anche se in un’accezione particolare), Continuum, The One, senza contare tutti i racconti e i libri fantascientifici che hanno preso l’argomento, girato e rigirato, rivoltato e sviscerato, più e più volte. No, decisamente la “polizia temporale” non mi attira più, quindi immaginavo Predestination come un film totalmente evitabile e che non si sarebbe rivelato innovativo o degno di troppa attenzione.

Poi due eventi si sono succeduti a breve distanza, portandomi all’inevitabile visione. Il primo è stato seguire una recensione televisiva in cui hanno citato due cose magiche: “macchina del tempo nella custodia di un violino” ed “ermafrodito”. Il secondo è stata invece la lettura della recensione di un non appassionato, che ha dato un tiepido 7.5/10 alla pellicola, giustificandosi con l’eccessiva lentezza del film, fuori bersaglio (secondo lui) per quello che dovrebbe raccontare la fantascienza, una sceneggiatura non ottimale e confusionaria. “Confusionaria” è la terza parola chiave: quante volte prodotti sci-fi un po’ più articolati della media vengono etichettati in questo modo dai non appassionati? Spesso, troppo spesso… e altrettanto spesso, quegli stessi film si rivelano dei piccoli capolavori. Vedi Inception e Cloud Atlas.

Armandomi di pazienza, mi sono messa a guardare il film, e a leggere il racconto da cui è stato tratto, e non posso che dire di essere stata piacevolmente stupita.

In prima battuta, si conferma l’incapacità di chi fa i riassunti di capire il prodotto per cui compone la sinossi. Polizia temporale? Ma stiamo scherzando?! È più corretto agente temporale del Servizio Temporale, perché nel film (e nel racconto) non si fa mai cenno ad un corpo militare e, a ben guardare, sia in entrambe le opere, che sia agente, che sia polizia… il Servizio Temporale è un contorno utile a creare la cornice dell’ambientazione, utilissimo per dare la possibilità alla narrazione di svolgersi, ma non si tratta di niente più di un pretesto – come succede per le tante corporazioni, agenzie, società presenti nella fantascienza. Da dimenticare quindi sparatorie, inseguimenti e arti marziali di Timecop o The One.

In realtà la trama narra la storia di una esistenza. Un’esistenza a uroboros (perché il protagonista è l’uroboros), che genera sé stessa e che, quindi, ha lei stessa la responsabilità di indirizzarsi e di uccidersi. Muore e rinasce, muore e rinasce, ma è sempre e solo quella vita: un senso di circolarità che il film è riuscito a riprendere in modo splendido, attingendo in modo puntuale sia ai dialoghi, che alle scene e alle sensazioni del racconto di Heinlein. Questa volta, il film ha fatto di più: ha mantenuto (quasi perfettamente, è ovvio, perché è un canale diverso) il racconto e ha aggiunto qualcosa. Infatti troviamo due o tre pezzi di storia in più sulla vita dell’uroboros, utili sicuramente ad allungare il film e portarlo ad una dignitosa oretta e mezza e ad approfondire la vicenda, chiudendo il cerchio per davvero.

Mi sento di consigliare davvero la visione del film e la lettura del racconto, quasi contemporaneamente. Vedere prima l’uno e poi leggere l’altro è perfetto, ammesso che non lo conosciate già. In questo caso, la visione del film sarà solo un piacere, ma suggerisco comunque una rilettura per poter apprezzare la cura certosina con cui All You Zombies è stato trasposto in Predestination.

Altre note tecniche è difficile farne. La fotografia ha il giusto gusto retrò e introduce inquadrature fatte “alla vecchia maniera”, che aiutano a calarsi nell’ambientazione. La sceneggiatura è impeccabile, per una volta mi sento davvero di dirlo. Di effetti speciali non ce ne sono molti, ma i pochi presenti sono molto buoni, assolutamente al passo coi tempi.

Applausi agli attori. Ethan Hawke ha come al solito interpretato benissimo e con profondità il personaggio assegnato, ma la vera stella è stata Sarah Snook che, nei panni dell’ermafrodito Ragazza Madre, ha dato prova di sapersi adattare ad un doppio ruolo maschile-femminile in modo egregio.

Per finire, un colpo di scena: Predestination è australiano. Questo per me riconferma la teoria per cui i migliori film di fantascienza nascano fuori dagli USA.

Infine, una nota divertente. Qualcuno: «Ma predestinato a cosa? A cosa è predestinato il barista?» Questa fatidica domanda la ho trovata come al solito girando per la rete, e mi sono fatta una bella risata – perché piangere non era il caso. Mi domando, però, perché tutti pensino sempre ai prescelti, agli unici, ai predestinati e mai a qualcosa di più ampio, alla predestinazione. Nonostante tutto, Predestination significa, appunto, “predestinazione” e nel film si parla esattamente di questo, di predestinazione, non di prescelti. Pubblico generalista, vallo a capire.

Credits

Titolo originale: id. – Nazione: Australia, USA – Anno: 2014 – Genere: fantascienza, thriller – Durata: 97′ – Regia: Michael e Peter Spierig – Soggetto: Robert A. Heinlein (All you zombies) – Sceneggiatura: Michael e Peter Spierig – Fotografia: Ben Nott – Scenografia: Matthew Putland – Musiche: Peter Spierig – Montaggio: Mott Villa.
Cast. Ethan Hawke: il barista (Francesco Bulckaen) – Sarah Snook: Jane/John (Benedetta Degli Innocenti) – Christopher Kirby: agente Miles (Massimiliano Plinio), Noah Taylor: sig. Robertson (Oreste Baldini) – Freya Stafford: Alice (Emanuela Damasio) – Jim Knobeloch: dottor Belfort (Daniele Valenti).

Note

  1. Predestination è tratto da All You Zombies di Robert A. Heinlein, tradotto in italiano nelle seguenti antologie: come Tutti i miei fantasmi in Fantascienza della crudeltà (1965) nella collana Tempo Libero nr.6 di Lerici Editore; come O tempora, o sexus! in Fantasesso (1967) nella collana Il Brivido e l’Avventura nr.25 di Giangiacomo Feltrinelli Editore.