È INSOLITO SCRIVERE QUALCOSA SU DI UN FILM NORDCOREANO CHE PARLA DI UN “KAIJU COMUNISTA”, MA LO È ANCORA DI PIÙ SE, LEGATE ALLA PRODUZIONE DELLA PELLICOLA, CI SONO DELLE VICENDE CHE HANNO A DIR POCO DELL’INCREDIBILE.

Apro subito una corposa digressione che alla fine andrà ad occupare gran parte dello spazio di questa scheda. Questo perché già è insolito scrivere qualcosa su di un film nordcoreano che parla di un “kaiju comunista”, un patriota alto come un palazzo che combatte al fianco del popolo contro l’oppressione di un plutocrate re, ma lo è ancora di più se, legate alla produzione della pellicola, ci sono delle vicende che hanno a dir poco dell’incredibile.

Difatti, per comprendere la provenienza di un film come Pulgasari, ambientato nella Corea feudale ed ispirato alla leggenda locale dell’esistenza di un mostro chiamato, appunto, Pulgasari (il cui nome significa “immortale”), bisogna calarsi un attimo nel contesto storico: la Guerra Fredda è al suo culmine, la guerra di Corea di qualche decennio prima ha acuito ancor di più le tensioni fra Pyongyang e Seul e, mentre nella meridionale Repubblica di Corea la Settima Arte fiorisce, nella settentrionale Repubblica Democratica Popolare di Corea il dittatore Kim Il-sung e suo figlio Kim Jong-il (allora ministro della propaganda e padre dell’attuale capo di stato Kim Jong-un) decidono che è giusto che anche la Corea del Nord debba avere un’industria cinematografica di rilievo. D’altronde, sin dal 1954, quando uscì Gojira ed ebbe un successo enorme, Kim Jong-il divenne un suo grande fan, al punto da sognare un kaiju eiga prodotto in Corea del Nord.

Lasciando stare le facilonerie atlantiche, basta un minimo di documentazione per notare quanto il ruolo dell’arte sia fondamentale nella filosofia Juche. Scriveva Kim Jong-Il nel 1987: «Il regista deve puntare in alto con il proprio lavoro, il che significa che egli deve fissare un obiettivo elevato che risolva nuovi e importanti problemi al fine di educare il popolo e far sviluppare la società in modo unico. Il regista deve prendere l’idea Juche come base e avere una propria comprensione della vita e delle arti. Quindi può impostare obiettivi nuovi e più elevati […] e completarli a dovere.»(Kim Jong-Il, Film Directing) Il messaggio politico dell’opera, quindi, non impedisce un’elaborazione fantasiosa del contenuto, e Pulgasari ne è un esempio palese: Kim Jong-Il era sempre stato un grande appassionato di cinema e decise quindi che anche il suo paese dovesse iniziare a produrre film che potessero intrattenere il popolo contribuendo comunque a diffondere i valori sui quali poggia la Nazione.

Peccato che in Corea del Nord, nel 1985, non esiste nulla di cinematografico: niente studios, niente mezzi, niente professionisti. Da qui l’idea di organizzare un rapimento – si, avete letto bene – di alcune delle più grandi star in Corea del Sud, in primis il regista Shin Sang-ok e sua moglie, l’attrice Choi Eun-hee. La notizia ovviamente non venne diffusa tra la popolazione nordcoreana, mentre fece molto scalpore a Sud del confine. Nonostante i prigionieri vennero accolti nel palazzo imperiale con tutti i privilegi possibili, inizialmente i due si rifiutarono di collaborare, ma poi, dopo cinque anni di prigionia (dove subirono una “rieducazione” in chiave comunista), sono costretti a girare alcuni film propagandistici (ufficialmente sette pellicole, addirittura 15 secondo altre fonti: nonostante l’ovvia tensione che il regista si trovava a dover combattere sul set, Shin Sang-ok non rinnega nessun film girato in quel periodo, dicendo che era proprio la tensione a portarlo a dare il massimo…) Di questi Pulgasari (costato ben due milioni e mezzo di dollari dell’epoca) è riconosciuto come il migliore (addirittura il migliore tra tutti i film di Shin Sang-ok secondo alcuni…). Per quanto riguarda Pulgasari, Kim Il-sung ingaggiò anche il giapponese Teruyoshi Nakano e il suo team che, alla Toho, avevano realizzato gli effetti speciali per molti film di Godzilla a partire dagli anni 70 (Nakano accettò, a patto che gli fosse promesso che poi sarebbe stato libero di tornare in Giappone). Inoltre, ad interpretare Pulgasari c’è Kenpachiro Satsuma, anch’egli giapponese, che fu nel costume di molti Godzilla a partire dai primi anni 80. Tra l’altro, per la cronaca, Shin Sang-ok e sua moglie alla fine fuggirono poco dopo il termine delle riprese, quando la post-produzione era ancora in corso. Dopo aver guadagnato la fiducia del Grande Leader, erano in viaggio di lavoro a Vienna e colsero l’occasione per fuggire, trasferendosi definitivamente negli Stati Uniti, dove Shin Sang-ok continuerà a lavorare in campo cinematografico con il nome di Simon Sheen. Pulgasari fu terminato da Chong Gon Jo, che qualcuno dice sia addirittura uno pseudonimo dello stesso Kim Il-sung.

«Il regista deve puntare in alto con il proprio lavoro, il che significa che egli deve fissare un obiettivo elevato che risolva nuovi e importanti problemi al fine di educare il popolo e far sviluppare la società in modo unico. Il regista deve prendere l’idea Juche come base e avere una propria comprensione della vita e delle arti. Quindi può impostare obiettivi nuovi e più elevati […] e completarli a dovere.»
– Kim Jong-Il, “Film directing”

Come dicevamo poc’anzi, il film è ambientato nella Corea feudale, all’epoca della dinastia Goryeo. Imprigionato per ordine di un re che sta vessando la popolazione, un fabbro realizza una statuina che, come un golem, si anima e inizia a nutrirsi di metallo per crescere. Una volta cresciuto, Pulgasari aiuterà i contadini a rovesciare il tiranno ma, dopo l’iniziale vittoria, si rivelerà anch’egli un pericolo a causa della sua fame incontrollabile.

Dopo questa doverosa introduzione parlare del film vero e proprio mi risulta un pò difficile. Pulgasari è un kaiju eiga un pò bruttino tutto sommato, ma che proprio grazie alla sua politicizzazione ha qualcosa che lo rende affascinante. La vittoria del popolo sul potere capitalista è infatti il tema centrale del film, ma nella seconda parte il film ci viene presentata anche un’altra visione più critica (e più criptica) verso il socialismo, che può portare il popolo alla caduta. Forse proprio per questa seconda parte il film “sembra” che non sia mai stato proiettato in patria, mentre è stato venduto all’estero (in Giappone nel 1998, dove riscosse un buon successo, in Corea del Sud nel 2000 dove non se lo filò nessuno e negli USA con il titolo Bulgasari). Nel 1996 ne è stato prodotto un remake americano in chiave fiabesca intitolato Galgameth. Il film, giunto anche in Italia, scritto da Shin Sang-Ok con lo pseudonimo di Simon Sheen, tratta la storia di un giovane principe che combatte per liberare il suo popolo dalla tirannia con l’aiuto di un piccolo drago che, nutrendosi di metallo, cresce sino a diventare gigantesco.

Se il significato della pellicola è palese, quali sono i suoi punti di forza? Innanzitutto l’ambientazione storica. Non solo si tratta di una scelta non banale, ma permette anche di creare un parallelo tra due epoche diverse, permettendo alla questione affrontata di elevarsi oltre il proprio periodo storico e puntare a quella eternità che solo l’arte può garantire. A questo contribuisce anche l’aspetto del mostro, più mitologico e tradizionale rispetto a quello più “biologico” di Gojira. La morale rivoluzionaria e le considerazioni sul rischio costituito dall’atomica si rivelano quindi come il riflesso di leggi e conflitti storici di portata generale. Il secondo motivo d’interesse è costituito dal mostro stesso. A differenza di altre creature, lo vediamo prendere vita e crescere. La sua prima sequenza da protagonista lo vede come un piccolo, adorabile mostriciattolo intento a mangiare aghi.

Anche quando diventa un colosso divoratore di metallo, Pulgasari riesce sempre a mantenere un bizzarro senso di umanità – grazie soprattutto agli occhi, enfatizzati dalle inquadrature e dal contrasto con il resto della figura – che ci ricorda la sua natura fondamentalmente tragica. Per quanto feroce, egli è schiavo della sua stessa fame, una creatura utile ma sempre più incontrollabile, tant’è che per fermarlo sarà necessario il sacrificio della figlia del fabbro, in una scena che riesce a combinare gli stilemi della tragedia greca con suggestioni in stile Nosferatu.

Comunque tornando alla qualità del film questo alterna momenti più riusciti ad altri davvero noiosi e superflui. Inutile dire che le scene migliori sono quelle che contemplano la presenza di Pulgasari (soprattutto di quando è piccolo) mentre ci sono un paio di scene di canti e balli davvero bruttissime (scene fatte inserire da Kim Jong-Il, convinto che in ogni film devono esserci scene di allegria collettiva…). Anche gli scontri e le coreografie di combattimento sono ai limiti del ridicolo purtroppo. Pochi sanno che si tratta probabilmente di un remake di un ormai dimenticato film sudcoreano del 1962 dal titolo Bulgasari. Secondo le informazioni fornite dal Korean Film Archive, la vicenda ha luogo durante gli ultimi anni della dinastia Goryeo e vede protagonista un artista marziale che, dopo essere stato assassinato, resuscita con le sembianze di un mostro mangia-ferro allo scopo di vendicarsi dei responsabili della sua morte.

Spero che questa scheda vi invogli a vedere il film con un minimo di attenzione in più rispetto a quella di chi vuole vedere un “kaiju rosso”. I rapporti costantemente tesi con l’Occidente impedirono al film di lasciare i confini nazionali fino al 1998. Oggi è reperibile sottotitolato. Il film è amato dal regista, che lo considera come il suo capolavoro. Lo spettatore comune non potrà condividere questa opinione ma, soprattutto se si pensa al contesto storico, Pulgasari ha un fascino immenso e un amante dei kaiju eiga non può assolutamente perderlo.

Credits

Titolo originale: id. – Anno: 1985 – Sceneggiatura: Kim Se Ryun – Regia: Shin Sang-ok – Fotografia: Cho Myong Hyon, Pak Sung Ho, Kenichi Eguchi – Musiche: So Jong Gon – Montaggio: Kim Ryon Sun – Effetti speciali: Teruyoshi Nakano – Prodotto da: Kim Jong-Il.
Cast. Ami: Chang So Hui – Ide: Ham Gi Sop – Ana: Jong-Uk ri – Takuse: Gwon Ri – Pulgasari adulto: Kenpachiro Satsuma – Pulgasari cucciolo: “Little Man” Ma-chan.