AUTENTICO GIOIELLO DELLA FANTASCIENZA ANNI 50, QUESTO FILM È UNA FEDELE TRASPOSIZIONE CINEMATOGRAFICA DI UN ROMANZO DI RICHARD MATHESON, MAESTRO AMERICANO DEL BRIVIDO.

Autentico gioiello della fantascienza anni 50, Radiazioni BX: distruzione uomo è una fedele trasposizione cinematografica del romanzo Tre millimetri al giorno di Richard Matheson, maestro americano del brivido. La vicenda descritta nel libro, indubbiamente tra le migliori prove letterarie dell’autore, pone in scena le drammatiche peripezie di Scott Carey, giovane businessman e padre di famiglia, prototipo ideale del ceto medio statunitense, il quale a seguito del contatto con una misteriosa nebbia radioattiva scopre di stare subendo un lento ma costante processo di rimpicciolimento. Via via che le proporzioni dell’uomo diminuiscono, senza che la scienza possa fare qualcosa per riportarlo alla normalità, egli è costretto a misurarsi con un ambiente quotidiano che da confortevole e rassicurante diventa sempre più ostile e pericoloso.

Tutto ciò che per un uomo comune che abita in una casa, che ha una moglie, che vive giorno per giorno circondato dai suoi oggetti che nella vita quotidiana possono servire a diversi scopi, tutto ciò, nel caso del protagonista del film, diviene una perturbante inversione, una trasformazione di funzioni nel momento in cui inizia a perdere qualche centimetro, o meglio, inizia a rimpicciolire giorno dopo giorno. Siamo in un film di fantascienza, non è magia, non è un incantesimo, ma l’effetto di radiazioni che durante una gita in barca hanno circondato, come una fitta nebbia, Scott Carey provocando in lui un processo degenerativo di riduzione cellulare. La diagnosi, tra varie incertezze, vista l’unicità del caso, viene espressa dai medici, e, seppure in un primo momento, Scott sembra mantenere accese le speranze di una guarigione, consolato dalla comprensiva moglie, le cose iniziano a peggiorare quando la guarigione sperata non arriva e al posto di essa arrivano i guai. I centimetri continuano a diminuire, Scott vivrà in un angolo della sua dimora, precisamente in una casa come quella delle bambole, e la sua lucidità di essere razionale, umano, lascerà sempre più spazio ad una “bestialità” istintiva, tanto da renderlo sempre più solitario e chiuso, in ostentata avversione contro il mondo. Pian piano, tutto ciò che circondava la sua dimensione umana, come gli amici, la moglie, il fratello, il gatto, persino gli oggetti, si trasformerà, secondo la sua nuova concezione dello spazio, in qualcosa di alieno, che, grazie ai set dalle proporzioni adeguate creati dagli scenografi Alexander Golitzen e Robert Clatworthy, danno anche a noi spettatori l’illusione che si tratti di un film del tutto nuovo: Scott sembra un sopravvissuto in una giungla, dove al posto delle caverne troviamo scatole di fiammiferi, e un ragno sembra un mostro spaventoso. Ogni strumento caratteristico della civiltà umana è ora reinterpretato con una nuova funzione: i chiodi sono armi lunghe come spade, un filo di cotone può servire da fune per le arrampicate, e così via. L’assolutamente familiare è ora assolutamente alieno. Anche i personaggi che, nella prima metà del film, prendevano parte attiva, diventano, man mano che il corpo di Scott si fa più piccolo, sempre più spersonalizzati, saranno semplicemente piedi sugli scalini della cantina, saranno voci, passi rumorosi come tuoni. Al contrario del gatto e del ragno, che avranno, invece, un ruolo di più rilievo. Nuovi mostri dunque, e questa volta sono le cose che mai ci avrebbero fatto paura.

L’idea del romanzo, assai teso e avvincente, consente a Matheson di esplorare con insolita efficacia narrativa le preoccupazioni di una middle class angosciata dalla prospettiva della perdita del proprio tenore di vita, dalla crisi delle identità e dei ruoli tradizionali, dalla disgregazione dei legami familiari, dallo scatenarsi di un conflitto atomico, e non ultimo dal timore dell’individuo di scoprirsi troppo piccolo e impotente al cospetto di un mondo cresciuto a dismisura, divenuto ormai globale, nel cui ambito egli prende amaramente atto di sentirsi sempre più solo, smarrito e “alieno” (proprio come accade al protagonista di un altro capolavoro mathesoniano del 1954, Io sono leggenda).

Pubblicato nel 1956, il romanzo Tre millimetri al giorno si vide convertito su pellicola già l’anno successivo, quando gli Universal Studios ne affidano la realizzazione all’esperta guida di Jack Arnold, specialista del genere fantascientifico, il quale vantava al proprio attivo una schiera di titoli di successo come Destinazione Terra (1953), Assalto alla Terra, Il mostro della laguna nera (1954), Tarantola (1955), La vendetta del mostro (1955) e I figli dello spazio (1958). Nonostante il modesto budget a disposizione, il film riuscì a tenere il passo dell’opera letteraria concentrando i propri sforzi nella creazione di un adeguato clima di suspense e nella resa cinematografica del processo di miniaturizzazione del protagonista. Notevoli, da quest’ultimo punto di vista, gli accorgimenti tecnici adoperati per riuscire a riprodurre sullo schermo lo sconvolgimento delle proporzioni fisiche di Scott Carey (interpretato da un Grant Williams ben calato nella parte): la costruzione di modellini in scala e l’uso accorto dello zooming (è uno dei primi film che ricorre ai nuovi obiettivi a focale variabile, gli zoom, della Zoomar Corp.) contribuirono in primis a confezionare un’esperienza visiva soddisfacente, capace di impressionare il pubblico dell’epoca, e che pur tradendo oggi la propria artigianalità conserva comunque un certo fascino. Le sequenze di combattimento dell’uomo con il gatto domestico e il ragno della cantina sono entrate a buon diritto negli annali della Settima Arte: in particolare, con specifico riferimento alla figura dell’aracnide, il supervisore agli effetti speciali Clifford Stine ricorre all’alternanza di riprese tra un pupazzo gigante e una vera tarantola, manovrata grazie ad appositi getti d’aria. Soltanto nelle battute conclusive la pellicola si distoglie in minima parte dalle pagine del romanzo, presentando un finale meno dirompente e immaginifico rispetto alla controparte cartacea, ma preservando comunque il senso originario del discorso dello scrittore: ciò si è verificato probabilmente a causa dei limiti finanziari del progetto, ma non occorre dimenticare che Arnold dovette faticare per imporsi sui produttori ed evitare che venisse girata una conclusione completamente diversa, più ordinaria e rasserenante.

«…Era il premio della mia vittoria, mi avvicinai a lui ebbro di gioia. Avevo vinto. Vivevo. Ma appena toccai le secche, ammuffite briciole del cibo… fu come se il mio corpo non esistesse più, era sparita la fame, sparito il terrore di rimpicciolire. Avvertivo di nuovo il senso dell’istinto, di ogni movimento, il pensiero si intonava con la forza dell’azione…. Ma sarei ancora rimpicciolito, fino diventare cosa? Un infinitesimale? Cosa ero io? Ancora un essere umano? O forse ero l’uomo del futuro? Se ci fossero state altre irradiazioni, altre nuvole attraverso mari, continenti, mi avrebbero seguito altri nel mio nuovo mondo? Sono così vicini l’infinitesimale e l’infinito. Ma ad un tratto capii che erano due termini di un medesimo concetto. Lo spazio più piccolo e lo spazio più vasto erano nella mia mente i punti di unione di un gigantesco cerchio. Guardai in alto come per cercare di aggrapparmi al cielo: l’Universo, mondi da non finir mai, l’arazzo argenteo di Dio sul cielo notturno. E in quel momento trovai la soluzione all’enigma dell’infinito. Avevo sempre pensato nei limiti della mente umana, avevo ragionato sulla natura. L’esistenza ha principio e fine nel pensiero umano, non nella natura. Sciogliersi, diventare il nulla, le mie paure svanivano, e venivano a sostituirle l’accettazione. La vasta maestà del creato doveva avere un significato, un significato che io dovevo darle. Sì. Più piccolo del più piccolo avevo un significato anch’io. Giunti a Dio non vi è il nulla: io esisto ancora.»
– Scott Carey

Il tema della paranoia, costante nella narrativa di Matheson, si mescola con due temi ricorrenti in altri film del regista: il progresso scientifico che diventa distruttivo per l’uomo e la perdita d’identità, non disgiunta da quello dell’impotenza virile cui si accenna in una sequenza spesso tagliata in TV: alto un metro e a disagio con la moglie (Randy Stuart), Carey inizia una relazione con una nana. Ed è proprio questa una delle più belle sequenze in cui la donna, di piccola statura come lui gli dice: «Anche per noi il mondo può essere meraviglioso. Anche per noi il cielo è blu come i giganti e c’è l’amicizia» spingendolo ad accettare la sua diversità. Nella seconda parte viene mostrata quell’inesauribile voglia di sopravvivere che accomuna gli esseri umani. E nell’epilogo viene espressa l’accettazione della propria condizione, portando il protagonista a guardare il mondo da un’altra prospettiva, convinto di essere parte della vastità dell’infinito: «L’esistenza ha principio e fine nell’essere umano non nella natura…» e continua «…la vasta maestà del creato doveva avere un significato. Più piccolo del più piccolo avevo un significato anch’io. Giunti a Dio non vi è il nulla. Io esisto ancora». Questo monologo è stato aggiunto alla sceneggiatura dallo stesso Arnold. È un epilogo positivo, ricco di speranza e per niente scontato. Arnold e Matheson mettono sotto i riflettori, metaforicamente e non, alcune delle innumerevoli prove a cui un essere umano può essere sottoposto, lasciando un messaggio: mai scoraggiarsi o abbattersi, ma lottare con tutte le forze, riscoprendo dentro di sé una riserva di energia insperata che dà la possibilità di vederci chiaro, quando a prima vista tutto sembra perduto. Rispetto ai film in cui sono presenti insetti giganti, qui Arnold inverte le parti: è l’uomo a rimpicciolirsi a dismisura ed è inseguito prima da un gatto e poi da un ragno, che appaiono a Scott giganti. Inoltre non manca l’apparizione dell’enorme animale alla finestra della stanza dove si trova il protagonista, come accade in Assalto alla Terra e Tarantola per esempio.

Sul piano esistenziale il film mostra l’assoluta consapevolezza di essere privi di punti di riferimento e di certezze. Scott, nel suo ridursi nella più piccola e infinitesimale parte dell’Universo, nel suo scomparire, o divenire nulla, mostra all’uomo quale sarà il suo destino, in qualunque dimensione si appresti alla fine. Come ha notato Carlos Clarens, il film «…ha introdotto nel buio isolamento delle sale cinematografiche un tipo di paura molto diverso: non l’annientamento immediato ma una discesa graduale e inesorabile verso il nulla.» La casa è un microcosmo, lo è della nazione, come lo è del pianeta. E sempre la fantascienza ci mostra sua alterità, quando la Terra che ci ha nutrito ci minaccia, ci abbandona, lasciandoci soli nello spazio. In Radiazioni Bx: distruzione uomo assistiamo alla storia di un singolo personaggio, in un film che si propone fantascientifico ma che viene realizzato con bassi costi e senza gli effetti spettacolari delle opere cinematografiche a cui, soprattutto oggi, siamo abituati. Sul tema dei film fantascientifici, possiamo comunque ritrovare altri titoli che mostrano questo senso di impotenza nei confronti dello spazio: Destinazione Terra, Assalto alla Terra, Il mostro della laguna nera, Tarantola, La meteora infernale e I figli dello spazio, tutti film che ci dicono che la Terra non è parte di noi, e non ci riconosce come figli.

Due piccole curiosità: Orson Welles, che stava girando Lʼinfernale Quinlanne gli studi accanto, prestò la voce per il trailer del film e alcuni dei giganteschi oggetti dellʼattrezzatura di scena (le forbici, la trappola per topi) rimasero a lungo esposti nel museo della casa di produzione Universal.

Nel complesso, Radiazioni BX: distruzione uomo (discutibile traduzione italiana dell’originale The Incredible Shrinking Man, evidentemente operata per fare facile presa sul pubblico grazie all’impatto sensazionalistico) è uno dei più interessanti e riusciti film di fantascienza del decennio, ennesima prova dell’abilità di Jack Arnoldnel dirigere un prodotto in grado di coniugare gli obiettivi di intrattenimento dell’industria con le ambizioni artistiche di un genere all’epoca ancora sottovalutato, eppure capace, meglio di tanti altri, di farsi specchio del presente e proiezione nel futuro della società contemporanea, nonché del cinema stesso.

Considerato da molti il più bel film di Arnold e un piccolo capolavoro del genere, Radiazioni BX: distruzione uomo dà valore allo spessore psicologico del protagonista, affrontando tutte le fasi emotive a cui l’uomo va incontro e mettendo gli effetti speciali al servizio della storia. Nonostante sia un film degli anni 50 gli effetti speciali conferiscono il giusto effetto ancor oggi, in quanto sono curati nel particolare e ben eseguiti e lasceneggiatura di Matheson delinea tutti i passaggi emotivi attraversati da Scott: preoccupazione, ansia, paura, rifiuto, nervosismo, abbattimento, sentirsi diverso, anormale e non più in grado di rapportarsi con gli altri.

Credits

Titolo originale: The Incredible Shrinking Man – Paese di produzione: USA – Anno: 1957 – Durata: 81′ – Regia: Jack Arnold – Sceneggiatura: Richard A. Simmons (non accreditato) – Produttore: Alberto Zugsnith – Fotografia: Ellis W. Carter – Montaggio: Albrecht Joseph – Effetti speciali: Cleo E. Baker (non accreditato), Fred Knoth(non accreditato), Charles Baker, Everett H. Broussard, Roswell A. Hoffmann – Musiche: Irving Gertz (non accreditato), Earl E. Lawrence (non accreditato), Hans J. Salter (non accreditato), Herman Stein (non accreditato), Foster Carling.
Cast: Grant Willians: Scott Carey (Pino Locchi) – Randy Stuart: Louise Carey (Rosetta Calavetta) – April Kent: Clarice (Maria Pia Di Meo) – Paul Langton: Charlie Carey (Cesare Fantoni) – Raymond Bailey: dottor Thomas Silver (Bruno Persa) – William Schallert: dottor Arthur Bramson (Giuseppe Rinaldi) – Orangey: Butch il gatto.

In collaborazione con LatitudineZero – visioni mediatiche e realtà oniriche