UN INTERESSANTE CONNUBIO FANTA-HORROR-SEXY DIRETTO DAL MAESTRO DELL’HORROR TOBE HOOPER.

Una pellicola interessante e forse, al tempo, sottovalutata, un connubio fanta-horror-sexy diretto dal maestro dell’horror Tobe Hooper (Non aprite quella porta; Poltergeist – Demoniache presenze) e tratta dal romanzo del 1976 I vampiri dello spazio di Colin Wilson (The Space Vampires, uscito anche in Italia a cura di Urania). C’è subito da dire che il romanzo, malgrado le premesse fantascientifiche, come le astronavi e gli alieni, si presenta principalmente con uno studio noir sul vampirismo, sulla sua storia e sulle possibili implicazioni future. Il film invece, forse complice la regia di Hooper, prende subito una decisa piega verso l’horror.

Nel 1986 la NASA e l’Agenzia Spaziale Europea organizzano una spedizione congiunta, inviando lo shuttle Churchill a tentare l’esplorazione ravvicinata della cometa di Halley mentre passa attorno al Sole. Nel corso del rendez-vous l’equipaggio anglo-americano della navetta fa un’incredibile scoperta: abbandonata nel pulviscolo della immensa coda della cometa, giace una enorme astronave sconosciuta, lunga più di due miglia. Gli astronauti della Churchill cominciano ad esplorarla (in una serie di sequenze veramente notevoli) e trovano al suo interno, oltre ai corpi rinsecchiti di grossi pipistrelli umanoidi, gli esploratori trovano – distesi in traslucide bare di cristallo conservate in una specie di grande camera anecoica – i corpi nudi e apparentemente senza vita di quelli che sembrano tre umanoidi, due uomini e una donna, che trasporteranno sulla navetta con la decisione comune di analizzarli una volta rientrati sulla Terra. Durante il viaggio di ritorno, una serie di misteriosi decessi inizia a decimare l’equipaggio dell’astronave terrestre. Soltanto il comandante della missione, il colonnello Tom Carslen, riesce a salvarsi e sopravvivere, lanciandosi nello spazio a bordo di una piccola navetta. Una seconda spedizione, partita dalla Terra alla ricerca dell’equipaggio della prima, con il quale ogni contatto nel frattempo era cessato, raggiunge la cometa, recuperando le misteriose bare di cristallo contenenti i tre umanoidi, che vengono trasferiti in un laboratorio di Londra per essere studiati, i tre esseri riprendono inaspettatamente vita, rivelando la loro vampiresca natura: essi si nutrono spogliando dell’energia vitale i malcapitati che incontrano, riducendoli a orribili cadaveri disseccati ambulanti, pronti però a loro volta a recuperare vitalità a spese di qualcun altro, spietati, furiosi e affamati. Immuni alle pallottole, i due alieni maschi vengono neutralizzati a colpi di bombe a mano, ma la Spacegirl riesce a fuggire, diffondendo rapidamente il contagio. A causa di quanto sta accadendo, il panico e la disperazione ben presto si impadroniscono dell’intera Gran Bretagna. Londra viene posta in stato di assedio, mentre nel Centro di ricerche la terribile fanciulla esercita la funzione di polo di trasmissione dell’energia catturata dai corpi degli abitanti della città, che sale sotto forma di una colonna di spire azzurre verso la macabra astronave in attesa. Solo uno strano legame psichico creatosi fra Carlsen e la Spacegirlconsente di rintracciare la bellissima e terribile aliena, della quale nel frattempo si è anche innamorato. Lei lo ricambia ed evita di ridurlo allo stato di zombie. Quando ormai tutto sembra perduto, la maledizione che ha colpito la città finalmente giunge al termine, poiché l’astronave aliena, ormai carica dell’energia che la Spacegirl le ha veicolato, si allontana dalla Terra. I terribili fenomeni che avevano colpito i londinesi finalmente cessano.

«No, lei non capisce. Una parte di me non voleva lasciarla. Ha ucciso tutti i miei amici ed io ancora non volevo lasciarla. Lasciarla è stata la cosa più difficile che abbia mai fatto.»
– colonnello Tom Carlsen

Una ambiziosa produzione, che impegna notevoli mezzi nel tentativo di realizzare una pellicola importante. L’impatto visivo di alcune scene è certo valido, e gli effetti speciali, tenuto conto dell’epoca in cui un vero esercito di specialisti li ha realizzati, sono più che dignitosi, ma nel complesso l’obiettivo è da considerarsi mancato, non solo a causa di una regia inadeguata, ma anche – e vorremmo dire soprattutto – di una confusissima e discontinua sceneggiatura, vero tallone d’Achille di quello che avrebbe potuto essere un ottimo fanta-horror.

Per Tobe Hooper, Space Vampires segna l’inizio di una rivoluzione stilistica, tra il genere horror e quello di fantascienza di stampo classico. La trama, anche se abbastanza variegata e a tratti piuttosto complessa, trascina lo spettatore in un’atmosfera cupa, ricca di una forte componente di angoscia e tensione. Durante tutta la visione del film, si respira un’aria surreale caratterizzata da situazioni alquanto bizzarre. Molto bello l’aspetto estetico della pellicola, partendo dalla bellissima Mathilda May, che interpreta il ruolo di una conturbante spacegirl. Una nota un pò sgradevole forse va alle ambientazioni, che seppur belle e ricche di stile, rimangono spesso troppo buie, facendo perdere alcuni dettagli durante la visione. Molto belle invece le sequenze di caos nel centro di Londra, dove si fa mostra di particolari gotici, soprattutto per le scene girate nella cattedrale.

L’atmosfera apocalittica che incombe su una Londra divorata dal fuoco, ed il sacrificio di uno dei protagonisti, volto ad interrompere la mortale emorragia di forza vitale che i vampiri alieni sottraggono alla popolazione impazzita, riecheggiano il classico Quatermass And The Pit realizzato dalla Hammer nel 1967. Il reparto degli effetti speciali è davvero eccezionale; splendidi effetti luce e colori sono presenti in molte scene rendendo il tutto molto più interessante. Nessun problema di abbigliamento per la bella vampira aliena, una Mathilda May allora ventenne, che recita completamente nuda per quasi tutto il film. Da ricordare infine, nel ruolo del dottor Armstrong, l’immutabile Patrick Stewart (Star Trek, Dune, X-Men).

Sicuramente di alto livello per un film del 1985. Di certo i fan del vecchio Hooper rimarranno sconcertati davanti a Space Vampires, vista l’enorme differenza con titoli più espliciti come Non aprite quella porta o Il tunnel dell’orrore.Il regista ha cambiato un pò le carte in tavola, cercando di fondere due generi a lui preferiti e dar vita ad un film diverso, dove l’orrore si sposasse con l’innovazione e l’effettistica cinematografica del periodo. Da sottolineare la sceneggiatura scritta dal grande Dan O’Bannon, effettista e regista di cult comeIl ritorno dei morti viventi. In conclusione Lifeforce, questo il titolo originale della pellicola, lo si può definire un titolo innovativo e molto convincente in grado di soddisfare il palato degli amanti dell’horror, un titolo crudo e a tratti agghiacciante che fa capolino, con le giuste dosi, nel genere di fantascienza. Sicuramente un cult da vedere e rivedere, che ha segnato un cambio di tendenza del regista.

Il tema musicale del film è stato rielaborato ed inserito (pur se con alcune differenze) nella colonna sonora del gioco di ruolo Baldur’s Gate, come tema musicale per le scene di combattimento. Il primo passaggio televisivo italiano avvenne il 7 aprile 1988 su Odeon TV.

L’adattamento italiota

La versione italiana in DVD e Bluray di questo film riporta tutti i cartelli in inglese, così ho recuperato una copia VHS di Space Vampires con titoli e cartelli in italiano scoprendo informazioni sul suo doppiaggio non note sulla rete, come ad esempio l’edizione italiana a cura di Claudio Razzi, il direttore del doppiaggio Carlo Baccarini, il doppiaggio eseguito presso la International Recording con la partecipazione della CVC, il colore della Telecolor e i titoli della Penta Studio.

La presenza di Carlo Baccarini come direttore di doppiaggio ci preoccupa relativamente poco (per via della sua lunga carriera alla CVD di cui era vice-presidente, socio fondatore e chi più ne ha…), la mia vera preoccupazione sta in Claudio Razzi alla edizione italiana. Non me ne voglia la figlia, Claudia, anche lei del mestiere, ma parliamo dello stesso Claudio Razzi che negli anni 70 curò l’edizione italiana di L’Uomo che fuggì dal futuro. Tale adattamento, per chi non se lo ricordasse, era semplicemente agghiacciante, forse complice anche lo stile del film e il linguaggio finto-tecnico portato all’eccesso da George Lucas ma insomma, un vero peccato per i doppiatori, quelli sì bravi, che prestarono le proprie voci in un prodotto adattato in maniera inadeguata. Vi basti sapere che nel film L’Uomo che fuggì dal futuro la scritta “FOETUS” (feto) che appariva su un monitor fu riportata come un nome proprio di persona, Foetus per l’appunto. Tipico nome, no? In un mondo dove tutti si chiamano con una sigla di tre lettere e quattro cifre (es. THX-1138), all’improvviso spunta un nuovo nascituro chiamato Foetus…

Scusate la digressione, era tanto per dire che già dal primo minuto di titoli si potrebbero presagire tragedie nell’adattamento e, sebbene si possano trovare alcuni momenti criticabili (di cui vi parlerò, o’ se ve ne parlerò), per fortuna il danno è piuttosto contenuto e il film doppiato si mantiene su standard tipici dell’epoca, con tanto di Claudio Capone che potreste ricordare come voce di Luke Skywalker in Guerre Stellari, ma sicuramente lo conoscerete come voce narrante dei documentari di Superquark (e purtroppo scomparso nel 2008). Solo che in Superquark non avete mai sentito Capone dire la frase «si sta tirando su la sottana». Ho come l’impressione che in Claudio Razzi (o in chi per lui) ci fosse una infatuazione per la lingua inglese che ogni tanto travalicava il buon senso. C’era difatti un tempo in cui in Italia si lasciavano parole in inglese solo perché era “figo” farlo, non perché glielo imponesse qualcuno dall’alto come avviene adesso. Negli anni 80 specialmente, la cultura americana faceva pesantemente capolino con molte parole che cominciavano ad essere non dico di uso comune ma comunque di significato ben noto (la stessa cultura del tempo avrebbe partorito i paninari del programma Drive In). Quando però queste parole fanno capolino nel doppiaggio, ovvero in quel sistema di adattamento culturale basato sulla precaria illusione che gli attori sullo schermo stiano parlando una lingua diversa ma, come per magia, a noi comprensibile, si rischia l’infrangere dell’illusione e, per estensione, si rischia il fallimento del doppiaggio, fosse anche momentaneamente.

L’esempio più lampante in questo film è quello del personaggio della vampiressa che tutti nel film doppiato chiamano “spacegirl“. Inizialmente lascia un po’ sorpresi, poi ci si fa l’abitudine e in frasi come Penso che quell’essere, quella “spacegirl”, abbia sottratto forza vitale alla guardia sembra QUASI che vada bene. Poi ce ne sono altre in cui tale scelta lessicale funziona decisamente a sfavore: Non è un essere umano ma una space girl! Avrebbe senso se all’interno del film sentissimo magari qualche giornalista darle questo nomignolo (visto che la trama si svolge a Londra), invece iniziano tutti da subito a chiamarla così, senza motivo apparente; e più il film procede più diviene chiaro che non si tratta di un nomignolo, bensì del nome americano che qualcuno ha pensato potesse essere “figo” lasciare in originale. Per carità, per essere comprensibile è comprensibile, anche per gli italiani del 1985, ma grazie tante per averci infranto l’illusione del doppiaggio. Fosse solo per quei pochi momenti. Un altro indizio su come l’inglese sia usato un po’ perché “fa figo” (e non perché lo si conosca veramente) ci viene dalla cometa di Halley, che nel film sentiamo pronunciata due o tre volte come “cometa di Hèley” o, in alternativa, “hèllei”. Sicuramente nel 1985 se ne parlava molto e non vedo come fossero possibili simili sviste ma a quanto pare tutto è possibile. Ma non è tutto qui, il meglio me lo tengo per il finale.

La versione italiana fa un uso molto creativo delle scene iniziali allo scopo di inserire i cartelli localizzati in italiano al minimo costo possibile, così viene tagliato un dettagliato prologo in favore di una semplice e riduttiva descrizione scritta (che può anche andar bene, per carità): «La navetta spaziale Churchill vola verso l’infinito…» deriva dalla frase «The HMS ChurchiII, outward bound.» Vengono tagliati anche i titoli iniziali, che avevano la superficie di una cometa in movimento come sfondo, in favore di un più economico titolo su fondo nero e lo spostamento di tutti i cartelli in concomitanza delle prime sequenze del film, così distraendo un po’ lo spettatore dalla parte più fantascientifica del film.

Sebbene abbia visto questo film quasi esclusivamente in italiano, è stato facile sospettare che la frase  detta da un conduttore del telegiornale, sia brutalmente inventata: «Come tutti ricorderanno, la cometa di “Hèllei” viene considerata premonitrice di guerra e di disgrazia. Non per niente gli antichi romani le avevano dato il nome di “disaster”, e i romani di astronomia se ne intendevano.» Quest’ultima frase di chiusura sembra adeguata ad uno dei sardonici telegiornali del film RoboCoppiù che ad un immaginario telegiornale della BBC. Difatti la frase originale non aveva un simile umorismo: «Our viewers may be interested to know that comets were once considered to be harbingers of Evil and one of the earliest words for comets was “disaster”, which in Latin means “evil star”.» La frase originale si chiudeva dunque con: «…che in latino significa astro malevolo». Non vedo perché infilarci una battuta«…e i romani di astronomia se ne intendevano» che in un film simile lascia un po’ interdetti.

Infine, la frase che si porta a casa il primo premio è la voce di una trasmissione radio che recita: «In un ultimo tentativo di impedire la diffusione della malattia, che è stata denominata “Intergalactic Pest“, è entrata in vigore la legge marziale». Mettendo in secondo piano il fatto che questa frase sia stata quasi interamente inventata e non ha un corrispettivo nei dialoghi originali, quella di “Intergalactic Pest” è da ribaltarsi dalle risate! A maggior ragione perché inventata di sana pianta. Il dialogo originale accennava alla parola “plague” che significa appunto “peste”, ma il vocabolo inglese “pest” si dice di insetti infestanti o al massimo significa “peste” in senso figurato, come quando si dice a un bambino «sei una peste!». Quindi il nome della malattia diffusasi tra gli umani sulla Terra può ricordare più un pappatacio intergalattico che una piaga venuta dallo spazio per trasformare gli uomini in vampiri-zombi-mummie. Cioè, si sono persino sforzati per mettere parole inglesi (sbagliate) che manco c’erano in originale. Vuol dire proprio andarsele a cercare.

Credits

Titolo originale: Lifeforce – Paese di produzione: GBR – Anno: 1985 – Durata: 116′ – Genere: fantascienza – Regia: Tobe Hooper – Soggetto: Colin Wilson (romanzo) – Sceneggiatura: Don Jakoby, Dan O’Bannon – Fotografia: Alan Hume – Montaggio: John Grover – Effetti speciali: Apogee Productions Inc. – Musiche: James Guthrie, Henry Mancini, Michael Kamen.
Cast. Steve Railsback: colonnello Tom Carlsen (Claudio Capone) – Mathilda May: Spacegirl (Cristiana Lionello) – Peter Firth: colonnello Colin Caine (Renato Cortesi) – Frank Finlay: dottor Hans Fallada (Marcello Tusco) – Patrick Stewart: dottor Armstrong (Gianni Bonagura) – Michael Gothard: dottor Bukovsky (Pietro Biondi) – Nicholas Ball: Roger Derebridge – Aubrey Morris: Sir Percy Heseltine.