UNA PELLICOLA CHE COMINCIA DOVE DIVERSI FILM HANNO POSTO I TITOLI DI CODA.

The Day After – Il giorno dopo comincia dove diversi film hanno posto i titoli di coda. Praticamente è una pellicola ambientata nella famosa frase di Einstein: «se dovesse scoppiare la terza guerra mondiale, la quarta verrebbe certamente combattuta con le clave e pietre.» Quei bottoni rossi, talvolta accarezzati e perfino sfiorati (come già accaduto a Berlino nel 1948/1949 e nella crisi dei missili di Cuba), e quegli interminabili codici alfa-numerici vengono premuti e digitati. Le testate partono da est a ovest e da ovest a est. E stavolta non c’è Superman o un Bruce Willis, pronto a fermare la folle corsa ad una manciata di secondi dall’impatto con eroico sacrificio. I funghi si ergono chilometrici e si appropriano, tiranni, della stratosfera e spengono il sole.

Stati Uniti, anno 1983. Nella cittadina di Lawrence la vita scorre tranquilla, sebbene la situazione politica mondiale sia preoccupante. Il dottor Russell Oakes della vicina Kansas City programma le sue lezioni all’università; la famiglia Dahlberg è alle prese con le piccole difficoltà quotidiane; gli Hendry hanno una fattoria e due graziosi bambini. Nessuno sembra pensare troppo alla guerra sempre più calda in corso tra forze Nato e Patto di Varsavia: l’Europa è lontana anni luce e sicuramente un altro presidente Kennedy scongiurerà il pericolo come ai tempi di Cuba. Tutti continuano la vita consueta: lavorano, litigano, fanno l’amore, mentre gli indizi della nube che si va addensando sono sempre più evidenti. Sapienti ombre d’inquietudine permeano infatti gli scenari volutamente idilliaci di un’America dove il “sogno” sembra ancora intatto: l’aviere scelto Billy McCoy viene improvvisamente mandato in missione presso una delle tante rampe missilistiche sotto i verdi pascoli del Kansas, e le notizie della televisione si fanno sempre più concitate e allarmanti. Poi, quello che non sarebbe mai dovuto succedere – perché “gli uomini sono pazzi ma non così pazzi”– accade: la crisi tra i due blocchi giunge a un punto critico, il fatidico bottone viene premuto e la Bomba esplode, ovunque e senza distinzioni. Il “giorno dopo” arriva con una pioggia di cenere su scenari stravolti e alieni, tra le rovine dei quali i sopravvissuti vagano come zombie o restano barricati sottoterra per scampare alle radiazioni. Orrore e violenza dilagano, mentre gli effetti letali del fall-out iniziano a mietere un numero sempre maggiore di vittime. L’unico luogo ancora in grado di offrire assistenza è l’ospedale universitario di Lawrence, dove medici, infermieri e volontari condividono la sorte dell’interminabile processione umana che giunge a chiedere soccorso. Mentre tante vite si interrompono – alcune in un pietoso istante, altre in una lenta e consapevole agonia – nasce un bambino: la sola fragile speranza per un possibile futuro.

«Come regista, mi sono trovato impegnato nell’esercizio continuativo di non fare un buon film. Non volevo che il pubblico parlasse di Jason Robards o della colonna sonora. Ho voluto che il mio ruolo non fosse fare un film, ma un pubblico annuncio: se ci sarà una guerra nucleare, ecco quello che probabilmente accadrà, magari anche peggio.»
– Nicholas Meyer

The Day After – Il Giorno Dopo, di Nicholas Meyer, è un film per la TV che rientra nella produzione tipica del periodo “guerra fredda”, iniziata con pellicole quali Il Giorno dopo la fine del mondo (Panic In Year Zero!, 1962), Il dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba (Dr. Strangelove Or: How I Learned To Stop Worrying And Love The Bomb, 1964), A Prova di Errore (Fail Safe, 1964) e proseguita in coincidenza con la corsa agli armamenti tra URSS e USA vent’anni dopo. Nel 1983, oltre a The Day After – Il Giorno Dopo, escono Testament, Special Bulletin, Wargames – Giochi di guerra(WarGames), seguiti da Ipotesi Sopravvivenza (Threads, 1984), When The Wind Blows (1986), e dalla miniserie televisiva Rules Of Engagement (1989).

Tutta questa cinematografia ha un denominatore comune: la paura della fine del mondo intesa come un’agonia che inizia con l’atomica e si prolunga attraverso sofferenze al di là di ogni immaginazione. Eppure questo stato d’animo – presente anche in molta produzione letteraria, basti pensare ad autori come Philip K. Dick o romanzi come Un Cantico per Leibowitz di Walter M. Miller – in ambito cinematografico è stato affrontato da punti di vista se vogliamo “laterali”: Il Dottor Stranamore ridimensiona la tragedia utilizzando la satira, Wargames – Giochi di guerra utilizza un piano prevalentemente fantascientifico, Ipotesi Sopravvivenza si concentra sul dramma vissuto nelle alte sfere, Testament offre una visione contenuta e tristissima del “giorno dopo” attraverso la psicologia sofferta dei sopravvissuti.

Nicholas Meyer cerca invece qualcosa di diverso. The Day After – Il Giorno Doponon è un film che si possa definire di effettiva qualità: la psicologia grezza, le grandi gesta e i luoghi comuni sono quelli di molti action movie d’oltreoceano. L’America “prima e dopo la bomba” viene raccontata mediante stereotipi scelti con cura: la middle class è un insieme di tante famiglie Ingalls (La casa nella prateria) che abitano ridenti cittadine e campagne piene di sole, i militari delle basi missilistiche sono presenze amichevoli come i vicini di casa e la colonna sonora esegue una classica musica country da telefilm. Contrapposta a questo scenario di spaziosa serenità, in cui tutti sembrano non vedere, non sentire e non capire, la frenetica attività delle alte sfere: telefonate tra vertici politici e militari, stanze blindate piene di bottoni, soldati in stato di allerta negli aerei da guerra. Il messaggio è chiaro: la cosa più lontana dai vostri pensieri sta accadendo ora.

I personaggi sono quelli di una soap opera, e come tali parlano e agiscono. Il medico stimato, padre e marito affettuoso, si getta anima e corpo nella missione che la professione richiede; il capofamiglia rurale – perfetto erede del tradizionale cowboy – è il primo ad avvertire l’imminenza del pericolo e a volgere lo sguardo al cielo grazie alla saggezza di un popolo rude e legato alla terra; la ragazza ribelle scende nel rifugio improvvisato stringendo un orsacchiotto e l’abito da sposa; il docente di scienze, l’unico informato dei fatti, organizza i propri studenti per gestire l’emergenza.

The Day After – Il Giorno Dopo ha vinto due Emmy, scatenato infiniti dibattiti, polemiche, ovazioni, petizioni, l’intervento di scienziati come Carl Sagan (in questa occasione fu enunciata la teoria dell’inverno nucleare) e politici come Kissinger, il commento di capi di stato quali Reagan. Ma perché, al di là del sensazionalismo, questo tv-movie ha colpito così tanto l’opinione pubblica mondiale? Meyer stesso offre una possibile risposta: «Come regista, mi sono trovato impegnato nell’esercizio continuativo di non fare un buon film. Non volevo che il pubblico parlasse di Jason Robards o della colonna sonora. Ho voluto che il mio ruolo non fosse fare un film, ma un pubblico annuncio: se ci sarà una guerra nucleare, ecco quello che probabilmente accadrà, magari anche peggio.» Questa affermazione può far pensare a un atteggiamento difensivo, eppure la struttura stessa del film, così eccessivamente prevedibile nella trama, nella recitazione e nella psicologia dei personaggi, sembra confermarne la sincerità. Nonostante le scene a volte risibili da un punto di vista scientifico (Robards-Oakes si salva da una vicinissima esplosione chinandosi tra i sedili della sua auto), o gli effetti speciali che oggi fanno sorridere (gli scheletri ai raggi X di animali e persone vaporizzate, i funghi atomici identici a grossi porcini), The Day After – Il Giorno Dopo obbliga lo spettatore a guardare l’olocausto nucleare negli occhi, senza sconti o possibili distrazioni. In un momento storico in cui la minaccia di un conflitto atomico – le cui reali conseguenze sono ancora ignote, a parte Hiroshima – era assai tangibile, il film di Meyer ha raccontato quello che potrebbe succedere alla gente comune: la perdita di affetti, radici e dignità, ovvero quelle componenti di vita considerate scontate. Non a caso la vicenda si svolge in un tempo e in uno spazio che sono quelli dello spettatore: il 1983 è sia l’anno di uscita del film sia quello in cui si svolgono i fatti narrati, e la maggior parte delle riprese è stata fatta nella cittadina di Lawrence, nel campus universitario e nelle zone limitrofe, utilizzando come comparse i residenti.

Paura ed eroismo, morte e sopravvivenza, sangue e scomparsa della civiltà vengono quindi rappresentati non tanto con la finzione scenica, quanto con il realismo di uno show postapocalittico ambientato in diretta fra le pareti di casa nostra. Ed è questo il suo indiscutibile merito: costringe a non voltare la testa e a pensare. Il film, pur mostrando le cause e l’evolversi di una situazione verso il limite estremo, non offre soluzioni e, nonostante ammetta una possibile sopravvivenza della razza umana, non ha un finale consolante: davanti alla distruzione, l’ultima reazione dei migliori eroi è ancora un urlo rabbioso che rivendica ciò che non esiste più, senza rassegnazione o consapevolezza, con il solo conforto di un pietoso abbraccio.

Non c’è morale. Non c’è dibattito su chi sia il colpevole. Una telecamera riprende semplicemente una delle innumerevoli città bersagliate: nella fattispecie facciamo la conoscenza di alcuni sopravvissuti in Kansas che non hanno avuto la fortuna di rimanere vaporizzati in un istante. È la descrizione di un supplizio, di un vortice, di un’acuta e fulminea spirale verso il basso. L’umanità, messa di fronte alla tragedia assoluta, non prega ma torna improvvisamente indietro di milioni di anni: al suo stato animalesco, con Darwin in prima fila. Pronta ad uccidere senza ritegno e rimpianti per un pugno di calorie. Nel grigio perenne e nel freddo nucleare la razionale voglia di suicidio si scontra con l’illusoria tentazione di poter resistere. Tutto è contaminato. C’è solo disperazione e morte. Ovunque.

Per una volta non spendo più di una riga per giudicare la pellicola da un punto di vista tecnico/recitativo perché passa tutto in secondo piano di fronte ad una trama di tale intensità emotiva. Basta e avanza dire che l’opera è ben resa, effetti speciali compresi. In alcune sequenze della distruzione di Kansas City, è stato usato materiale proveniente dal film Meteor di Ronald Neame. Nella scena in cui il medico protagonista scorge le rovine di Kansas City, si è impiegata una celebre fotografia di Hiroshima, scattata dalle truppe americane dopo il bombardamento. Per l’effetto speciale del fungo atomico è stato impiegato della vernice a olio e dell’inchiostro iniettato verso il basso in un serbatoio di acqua per mezzo di un pistone, filmati ad alta velocità con la telecamera montata al contrario per l’effetto rallentato. L’immagine è stata poi invertita nel colore e nel contrasto durante processo di stampa. Il serbatoio di acqua utilizzato per il fungo atomico era lo stesso usato per creare l’effetto speciale della Nebulosa Mutara nel film Star Trek II: L’ira di Khan sempre diretto da Nicholas Meyer.

La differenza tra The Day After – Il Giorno Dopo e tutti i film catastrofici del lustro che ho visto è grande e palese. Ultimamente si gioca spesso una gara tecnologica per fare cadere, nel modo più spettacolare possibile, Statua della Libertà & Co., per arrivare sul baratro e poi salvarci inaspettatamente in corner. Qui, invece, non vi rimarrà impressa la potenza devastante delle esplosioni atomiche, la furbizia e la leadership dell’eroico protagonista. In The Day After – Il Giorno Dopo rimarrà prepotente il fotogramma di una ciocca di capelli che si stacca come fosse paglia secca: la vita che se ne va. Questo film ci inquieta per la mancanza della minima parvenza di una briciola di speranza. Se non lo avete mai visto ve lo consiglio: vi farà riflettere, vi scuoterà per la consapevolezza che non si è di fronte ad una catastrofe naturale; un qualcosa di imprevedibile, e quindi giustificabile come la “giustizia di Dio”. La nostra fine, al contrario, ce la siamo costruita ed impacchettata da soli e con sgargiante confezione regalo.

A suggellare il tutto, poco prima dei titoli di coda, ecco tuonare lapidaria la chiusa scientifica del film che ci ricorda, prima di darci la buonanotte, che quanto visto è una simulazione infinitamente più tenue e rosea rispetto alla realtà post-nucleare nel caso dovesse scoppiare per davvero una terza guerra mondiale.

Credits

Titolo originale: The Day After – Paese di produzione: USA – Anno: 1983 – Genere: fantascienza – Durata: 126′ – Regia: Nicholas Meyer – Soggetto: Edward Hume – Sceneggiatura: Nicholas Meyer – Fotografia: Gayne Rescher – Montaggio: William Paul Dornisch, Robert Florio – Musiche: David Raksin, Virgil Thomson – Produttore: Robert Papazian, Stephanie Austin – Casa di produzione: 20th Century Fox, ABC Motion Pictures.
Cast. Jason Robards: dottor Russell Oaks – JoBeth Williams: Nancy Bauer – Steve Guttenberg: Stephen Klein – John Cullum: Jim Dahlberg – John Lithgow: Joe Huxley – Stephen Furst: Aldo – Amy MAdigan: Alison Ransom – Jeff East: Bruce Gallatin – Arliss Howard: Tom Cooper.

In collaborazione con LatitudineZero – visioni mediatiche e realtà oniriche