Quello dell’intelligenza artificiale che si evolve prendendo coscienza di sé è uno dei temi più amati e temuti della fantascienza degli ultimi decenni, ma ai tempi de Il mondo dei robot di Michael Crichton era un tema che muoveva ancora i suoi primi passi nel genere e non è quindi un caso che questo film sia diventato un vero e proprio cult. Per questo motivo decidere di riproporre questo tema rivisitandone la trama in chiave attuale con una serie TV di elevato profilo, e di elevata complessità, era un progetto potenzialmente rischioso, tanto più che non si trattava del primo tentativo. Già nel 1980 la CBS ci aveva provato con Alle soglie del futuro, fallendo miseramente (la serie fu cancellata dopo tre episodi messi in onda dei cinque prodotti). Poteva venirne fuori un grande successo come pure un altro flop. Un tale timore non ha però fermato la HBO, gli ideatori Jonathan Nolan e Lisa Joy, e i produttori esecutivi J.J. Abrams e Bryan Burk (Bad Robot). E per fortuna, aggiungerei.

Il risultato è Westworld – Dove tutto è concesso, la cui prima stagione, che comprende dieci episodi da 57 minuti (eccetto l’ultimo che è di 91), è andata in onda nell’autunno 2016. Ed è stato senza dubbio un successo, tanto che la serie è stata rinnovata per una seconda stagione.

Il background della storia non è dissimile da quello del film di Crichton. In un futuro più o meno prossimo è stato creato un parco a tema western, chiamato Westworld, i cui residenti sono degli androidi e in cui i visitatori sono liberi di fare loro qualsiasi cosa, senza alcuna ripercussione morale e legale. La differenza fondamentale rispetto al film è che gli androidi di questo Westworld credono veramente di essere degli esseri umani dotati di libero arbitrio. Sono delle vere e proprie intelligenze artificiali, non hanno idea di essere sottoposti a manipolazioni della memoria e talvolta anche dell’identità all’inizio di ogni nuovo ciclo narrativo. Non ci vengono mostrati come dei burattini. Al contrario, è dal loro punto di vista che sperimentiamo gran parte della storia.

Del tutto inconsapevoli, i residenti rivivono innumerevoli volte le stesse giornate, che iniziano con l’arrivo dei visitatori in treno e con l’interazione con questi ultimi, da cui scaturiscono imprevedibili sviluppi, che si mescolano con le trame definite dal reparto creativo del parco.

Tutto ciò rappresenta solo il punto di partenza verso lo sviluppo da parte degli androidi di una coscienza di sé, accelerata dal lavoro del dottor Ford, interpretato dal grande Anthony Hopkins, che è il direttore creativo del parco e capo del team di sviluppo. In un recente aggiornamento del software, Ford ha fornito agli androidi le cosiddette ricordanze, vale a dire l’accesso a dei frammenti di ricordi appartenenti a cicli narrativi passati, che vengono resi disponibili alla loro memoria poiché innescati da nuovi eventi. Lo scopo, in teoria, sarebbe quello di rendere le loro reazioni più naturali e l’esperienza dei visitatori più realistica, ma la conseguenza sugli androidi è che i loro comportamenti diventano anomali, imprevedibili, portando alcuni di loro alla consapevolezza della propria condizione di strumento di piacere e al desiderio di liberarsi dalle proprie “catene”.

All’interno della trama vengono messi in evidenza alcuni personaggi, cui vengono affidati i principali filoni narrativi della serie. Abbiamo il personaggio di Dolores Abernathy (interpretata da Evan Rachel Wood), la bella residente che ogni mattina si sveglia nella sua casa, saluta i genitori, va in città, dove sta arrivando il treno, e qui si ritrova a fare incontri sempre diversi. Dolores è uno degli androidi più vecchi del parco e la sua memoria nasconde dei segreti che verranno fuori con l’andare avanti della storia. A lei è affidato uno dei percorsi di raggiungimento dell’autocoscienza cui uno dei due fondatori del parco, Arnold (morto tanti anni prima in circostanze non meglio note), aspirava per le sue creature.

Poi c’è Maeve Millay (interpretata da Thandie Newton), l’astuta maitresse del saloon, che per via della ricordanze, oltre ad aver accesso a eventi legati ai vecchi cicli narrativi, inizia a rendersi conto di aver vissuto lo stesso giorno più volte.
Tra coloro che lavorano al parco spicca il personaggio di Bernard Lowe (interpretato da Jeffrey Wright), programmatore e braccio destro del dottor Ford, che nel seguire il lavoro del suo capo viene a conoscenza di strani avvenimenti sia per quanto riguarda il comportamento dei residenti che di eventuali intrighi relativi alla Delos, la compagnia proprietaria del parco.

Tra i visitatori il più interessante è sicuramente William (interpretato da Jimmi Simpson), arrivato al parco con il futuro cognato, più per dovere che reale interesse. William all’inizio non è attratto da quel tipo di divertimento e tende a vedere i residenti come delle persone, in particolare Dolores.

Infine ci sono i personaggi interpretati dalle due grandi star della serie: l’Uomo in Nero (Ed Harris) e il già citato dottor Robert Ford (Anthony Hopkins). Dell’Uomo in Nero non sappiamo nulla, se non che è un ricco visitatore che frequenta il parco da trent’anni e che è ossessionato dalla ricerca di un fantomatico labirinto, eredità del lavoro dell’altrettanto fantomatico Arnold.

A questi personaggi principali, resi tali dalla loro presenza in tutti o quasi gli episodi della serie, e ai filoni di cui sono protagonisti si aggiunge il resto dell’ottimo cast, andando a creare una storia dalle variegate sfaccettature, che si riesce a cogliere nella sua interezza solo all’ultima puntata, quando l’arco narrativo della prima stagione si conclude, svelando tutti o quasi i suoi segreti.

Una menzione particolare va poi fatta alla colonna sonora della serie (disponibile come album doppio), composta e suonata da Ramin Djawadi, già autore di quella del Trono di Spade, di Person Of Interest e di Pacific Rim. Accanto a brani originali, come la bellissima sigla iniziale, essa include numerose cover di brani moderni, magistralmente reinterpretati al pianoforte in chiave western, tanto da renderli di difficile riconoscimento. Tra questi spiccano: Black Hole Sun dei Soundgarden, Paint It Black dei Rolling Stones, A Forest dei Cure, No Surprises dei Radiohead e Back To Black di Amy Winehouse.

Ma ciò che caratterizza più di tutto Westworld è la sua complessità. Non è una serie di facile fruizione, nel senso che costringe lo spettatore a concentrarsi sulla trama, a far lavorare la memoria e soprattutto a porsi delle domande. Sarebbe fin troppo semplice lasciarsi guidare dalla storia, sennonché presto ci si rende conto che c’è qualcosa che non torna: tanti piccoli dettagli, incongruenze, che devono essere lì per un motivo e che fanno parte del grande inganno attraverso cui gli sceneggiatori ci guidano. È un inganno sia per lo spettatore che per i protagonisti, gli androidi, ed è favorito dal fatto che questi ultimi sono immutabili nel tempo e  possiedono un senso del tempo limitato all’interno dei singoli cicli narrativi. Anche laddove i residenti sono riusciti a sbloccare le memorie dei cicli passati, non sono però in grado di collocarli in un contesto temporale umano.
Il tempo è il fattore chiave. Si ha l’impressione che tutto si svolga in contemporanea, ma è tutto parte del grande inganno.

Lo stesso tema dell’intelligenza artificiale che si evolve è sviluppato in maniera abbastanza originale rispetto a quanto siamo stati finora abituati a vedere. Le IA non sono dei bambini indifesi (come Chappie di Humandroid) né entità che desiderano dominare o sterminare gli esseri umani (come Skynet o i Cyloni). I residenti di Westworld sono degli androidi che pensano di essere umani e scoprono di essere stati traditi. Le loro reazioni sono umane e in ultima analisi vengono presentati come vittime dei propri creatori, ai quali giustamente si ribellano (solo a loro, non a tutta l’umanità), non per follia o cattiveria o incomprensione, ma perché sono loro ad aver subito un torto.

A questo tema centrale si mescolano altri che ritornano spesso nella fantascienza, come la presenza di personaggi che ignorano la propria natura e il proprio passato, che ricordano fortemente quelli cari a Philip K. Dick. Ancora c’è l’illusione del libero arbitrio, il ripetersi all’infinito di un giorno o di una storia in un luogo determinato e poi, ovviamente, l’evoluzione dell’intelligenza artificiale che finisce per sentirsi viva, umana, e si ribella in quanto tale.

Il labirinto tanto cercato dall’Uomo in Nero non è, in realtà, destinato agli umani. Esso fa parte del percorso degli androidi verso la coscienza di sé. Parallelamente a questo percorso, portato avanti da Dolores e Maeve, c’è quello di William, un uomo buono, quasi un puro, che all’interno di Westworld finisce per scoprire il lato più oscuro del proprio animo. Questo perché Westworld non è solo un parco di divertimento, ma è soprattutto un luogo dove i visitatori, una volta eliminati tutti i limiti cui devono sottostare nella vita reale, scoprono chi e cosa sono realmente e, proprio come nel caso di William, finiscono per evolvere in qualcosa di diverso.

Come si può notare, questi sono tutt’altro che temi semplici e riuscire a svilupparli, creando nel contempo una storia che potesse mantenere interessato un pubblico variegato come quello delle serie TV, non era affatto semplice. Questa complessità, infatti, spesso si traduce in un ritmo lento della narrazione, che ingrana veramente solo dopo qualche episodio, mettendo alla prova gli spettatori che, appena uscita la serie, sono stati costretti ad attendere una settimana per vedere quello successivo. Di certo una seconda visione, col senno di poi, aiuterebbe a sciogliere qualche dubbio rimasto.

Particolarmente interessante è poi il raffronto tra la fotografia calda del parco, solare e polverosa, e quella fredda del dietro le quinte, cupo e asettico. Grazie a essa possiamo percepire la differenza tra la finzione, che viene mostrata come rassicurante, e la realtà, che è invece inquietante.

Una peculiarità della serie è poi che essa si svolge tutta in queste due ambientazioni. Non vediamo il mondo esterno. Sappiamo, perché è ovvio, che la storia è ambientata nel futuro, ma almeno in questa prima stagione è impossibile stabilire quanto tale futuro sia lontano da noi. A eccezione degli androidi, la tecnologia che viene mostrata appare più evoluta della nostra, ma non in maniera eccessiva.
Viene spontaneo chiedersi, a questo punto, se in una delle prossime stagioni, che potrebbero prendere una qualsiasi svolta inattesa rispetto al finale aperto della prima, ci verrà mostrato questo futuro. Se il livello di originalità rimarrà quello visto finora, sono pronta a scommettere che riusciranno a sorprenderci.

Credits

Titolo originale: Westworld – Nazione: USA – Anno: 2016, in produzione – Stagioni/Episodi: 1/10 (9 da 57’ + 1 da 91’ – colore) – Creata da: Jonathan Nolan e Lisa Joy – Musica: Ramin Djawadi – Prodotta da: Bryan Burk, Jerry Weintraub, Jonathan Nolan, Lisa Joy, J.J. Abrams – Casa di produzione: Kilter Films, Bad Robot Productions, Jerry Weintraub Productions, Warner Bros. Television – Rete televisiva: HBO – Trasmessa dal: 2/10/2016 (USA), 10/10/2016 (ITA).
Cast fisso. Evan Rachel Wood: Dolores Abernathy (Valentina Favazza) – Thandie Newton: Maeve Millay (Rossella Acerbo) – Jeffrey Wright: Bernard Lowe (Roberto Draghetti) – James Marsden: Teddy Flood (Francesco Bulckaen) – Ben Barnes: Logan (Gianfranco Miranda) – Clifton Collins Jr.: Lawrence (Christian Iansante) – Ingrid Bolsø Berdal: Armistice (Ilaria Latini) – Luke Hemsworth: Ashley Stubbs (Simone D’andrea) – Sidse Babett Knudsen: Theresa Cullen (Alessandra Korompay) – Simon Quarterman: Lee Sizemore (Riccardo Scarafoni) – Rodrigo Santoro: Hector Escaton (Riccardo Rossi) – Jimmi Simpson: William (Roberto Gammino) – Shannon Woodward: Elsie Hughes (Domitilla D’Amico) – Ed Harris: l’Uomo in Nero (Rodolfo Bianchi) – Anthony Hopkins: dottor Robert Ford (Dario Penne).